![]() Francesco Scialacqua |
Riceviamo e pubblichiamo – Caro sindaco Marini, è proprio nelle sue parole che emerge il vero problema dello stile amministrativo di questa maggioranza. Mi preme innanzitutto sgomberare il campo da qualsivoglia polemica sterile fine a sé stessa, mi tengo ben distante dalla rissa politica non trovando attualmente stimoli per impegnarmi nei box stagni e allo stesso evanescenti dei partiti attuali.
Quello che sinceramente come cittadino trovo troppo esemplificativo è il mantra i sordi non ce so. Dico questo al netto degli effetti dell’evidente crisi. Il problema è che a Viterbo non si fa di necessità virtù e per virtù intendo essere precursori di qualche innovazione che porti respiro alle casse comunali o che incentivi veramente la crescita del territorio.
Si citano come innovazione bus elettrici e altre cose per le quali mi verrebbe da dire ben venga, ma arriviamo dopo “a li fochi”. Ben vengano i parcheggi gratuiti per le auto elettriche, ma se non ci sono i punti di ricarica dove posso andare con un’auto elettrica? Trattiamo i rifiuti ancora come peso da smaltire invece che risorsa (economicamente vantaggiosa) avendo una raccolta differenziata al 15%.
Abbiamo ancora impianti di illuminazione classica anche in quartieri appena nati, invece di utilizzare nuove tecnologie a led che farebbero risparmiare più della metà della spesa di approvvigionamento di elettricità, bolletta che se non sbaglio oggi ammonta a più di mezzo milione deuro lanno. Lo so che è stato fatto un bando per affidare il servizio ecc. ecc. Bando sul quale ci sono molti punti discutibili di inefficienza, forse dettati dalla cessione di un ramo del Cev.
Ma il Cev non è un’invenzione che scende dal cielo. Il Cev è stato uno dei punti che ha sottratto milioni di euro ai cittadini, che potevano essere spesi per opere pubbliche o rilancio culturale della città. Invece si è scelto di creare un soggetto inefficiente. Mi dirà che questa non è una sua invenzione è vero, ma è gran parte della sua maggioranza che ha contribuito alla sua messa in piedi.
L’agenda politica di maggioranza e opposizione è ormai incastrata da decenni su Terme e aeroporto. Non riuscire a vedere che Viterbo è anche altro è un atteggiamento veramente miope.
Il problema economico secondo me è solo un parte dei problemi. Ancora prima viene l’atteggiamento di inerzia, la fatica ad assumere decisioni drastiche e importanti come ad esempio la chiusura al traffico del centro storico. Forse quella sarebbe la vera scommessa per il rilancio del turismo ancor prima che i bus elettrici, le Terme e l’aeroporto.
Appare lampante a tutti che il centro si popola soprattutto se il traffico è interdetto. A conti fatti l’ordinanza di chiusura del corso è stata fatta dal giorno in cui la città ha iniziato a spopolarsi, tanto per dire che alla fine qualcosa si è fatto. L’Umbria ha incrementato vertiginosamente il turismo non costruendo terme e aeroporti, ma inventando contenitori culturali e rendendo i centri storici delle città vivibili ai turisti.
La Puglia negli ultimi anni è meta privilegiata dagli italiani, grazie a politiche che hanno messo in risalto cultura musicale, tradizioni ed enogastronomia.
Si parla solamente di riqualificazione del centro storico e non si parla mai delle frazioni che ormai hanno uno standard di servizi con un divario troppo alto rispetto al resto dei cittadini viterbesi pur avendo stessi diritti e contribuendo nelle stessa maniera. Su questo punto mi viene in mente il tema del senso di comunità che via via sta svanendo sovrastato dal più facile pensiero che la manna vien dal cielo e se non viene non si può far nulla.
Si rischia uno scontro centro contro frazioni invece che seguire la via della crescita organica.
Spero di essere stato chiaro e lontano dall’uso della retorica politica che ammazza ogni confronto sui problemi reali. Con lei concordo sul fatto che il semplice muro contro muro non funziona, ma d’altro canto si abbia anche il coraggio di aprirsi alle opinioni altrui e di guardare come altri comuni virtuosi riescono a progredire anche in tempi di recessione.
Francesco Scialacqua
