– “Chiederemo di acquisire i filmati della conferenza del procuratore capo e del pm Petroselli. Hanno detto delle clamorose inesattezze e vogliamo che il gip lo sappia” (video).
Non usa mezzi termini Gianluca Manca. Come sempre.
Il fratello di Attilio, il medico trovato morto a 35 anni nella sua casa a Viterbo, è pronto a opporsi di nuovo alla chiusura delle indagini. Lo fa per la quarta volta in otto anni. Fiducioso che, “prima o poi, la giustizia giusta arriverà”.
Oggi è il giorno dell’udienza a Viterbo. Gianluca ci sarà, col suo avvocato Fabio Repici. Il pm Renzo Petroselli esporrà le ragioni delle sue cinque richieste di archiviazione per “i barcellonesi”, gli indagati di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), città in cui Attilio è cresciuto. Per la procura nessuno di loro è implicato nella morte dell’urologo di Belcolle. Il rinvio a giudizio sarà chiesto solo per la romana Monica Mileti: è da lei che, secondo gli inquirenti, Attilio avrebbe ricevuto la dose di eroina che l0 ha ucciso il 12 febbraio 2004. Niente mafia, dunque, ma solo una tragedia di droga.
Gianluca Manca non ci crede. “Quella della Mileti è un’ipotesi border line – dice -. Potrebbe anche essere vera, ma non c’è certezza. Ci sono molte più prove a carico dei cinque indagati per cui il pm chiede l’archiviazione”. Una è l’impronta lasciata in casa del medico da suo cugino Ugo Manca. Attilio lo aveva operato e ospitato a Viterbo nel dicembre 2003. Due mesi prima di morire.
Enigma risolto, si potrebbe pensare: l’impronta di Ugo risale a quell’occasione. Ma Gianluca lo esclude: “La traccia è su una mattonella del bagno, in un luogo in cui, secondo gli esperti, le impronte si distruggono rapidamente a causa del vapore acqueo. Come può essersi conservata per due mesi?”. Quell’impronta è un tarlo per i Manca, ma non per la procura, che ha chiesto di archiviare la posizione di Ugo Manca, insieme a quella degli altri quattro barcellonesi.
Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Petroselli hanno spiegato in conferenza stampa il perché di quella decisione, ma non hanno convinto Gianluca, che ha replicato su Facebook con una lunga lettera al gip. Più di dieci pagine scritte dal giornalista Luciano Mirone con tutti i “buchi neri” delle indagini.
Dalle telefonate sparite dai tabulati alle siringhe dell’iniezione letale, analizzate troppo tardi. Fino all’esame tricologico (o analisi del capello) che, per gli inquirenti, è la prova che Attilio fosse un occasionale consumatore di droga: ce n’è traccia nei capelli. Di quell’esame, però, la famiglia non ha mai saputo nulla.
E ancora. “Attilio è morto col setto nasale deviato – insiste il fratello -, ma la procura sostiene di no. Era mancino e si è bucato sul braccio sinistro. Come ha fatto? Con la destra, ci dicono da Viterbo. Ma tutti sanno che Attilio non faceva niente con la mano destra. Le testimonianze dei colleghi sono state deliberatamente ignorate”.
“Altra menzogna – continua Gianluca -: i due buchi sul suo braccio. Uno è vecchio, secondo la procura, ma non è vero. I buchi sono stati fatti nello stesso momento con le siringhe trovate in casa”.
Dei filmati di quella conferenza stampa “piena di fantasie”, l’avvocato Repici chiederà l’acquisizione, riproponendo al gip Salvatore Fanti le stesse richieste di investigazioni suppletive già avanzate due anni fa.
“Noi la nostra verità storica ce l’abbiamo – spiega Gianluca -. Speriamo di poter ottenere, prima o poi, anche una verità giuridica. Sulla mano della mafia dietro la morte di mio fratello possiamo discutere. Ma non sul fatto che sia stato un omicidio”.
Prima parleranno i Manca. Poi il pm Petroselli. Infine, i legali dei cinque indagati. Sarà un’udienza lunga, ma mai quanto il tempo che potrebbe prendere il gip: per decidere sulla terza richiesta di archiviazione impiegò un anno e quattro mesi.
Stefania Moretti






