(s.m.) – Niente condanne, ma neanche assoluzioni.
Il maxiprocesso Giro d’Italia, sul traffico illecito di rifiuti nelle cave del Viterbese, si chiude per prescrizione. Non luogo a procedere per tutti i 14 imputati. Ma solo perché sono trascorsi più di sette anni e mezzo dalla commissione dei reati che, quindi, risultano prescritti.
L’inchiesta partì nel 2005. Le indagini dei pm Stefano D’Arma e Franco Pacifici portarono a galla un anomalo percorso di 250mila tonnellate di rifiuti speciali giunte, dal Nord Italia, nei centri di ripristino ambientale di Vetralla, Castel Sant’Elia e Capranica. Illecitamente, secondo i magistrati. Perché quei materiali di scarto, a detta della procura, si dovevano smaltire in discarica.
A giudizio sono finiti i gestori delle tre cave del Viterbese e i titolari delle società di intermediazione dei rifiuti, insieme ad altri addetti, a vario titolo, all’attività di smaltimento dei rifiuti. Per un totale di 14 imputati e 40 parti civili, tra cui Regione, Provincia, Wwf, Legambiente e comuni delle cave, che avevano chiesto risarcimenti stellari per il danno ambientale.
Gli altri erano, per lo più, residenti e proprietari di aziende agricole vicine alle cave. Un paio hanno chiuso. Altri ancora lamentavano il crollo del valore dei loro immobili per il fetore che giungeva dalle cave.
Per i 14 imputati il pm Stefano D’Arma aveva chiesto, complessivamente, oltre trent’anni di carcere.
Stamattina, l’epilogo, dopo la replica dell’avvocato Giuseppe La Bella. “La prescrizione non rende giustizia – aveva dichiarato l’avvocato, difensore del titolare della cava di Castel Sant’Elia, Giovanni Santini -. Vogliamo l’assoluzione con formula piena, perché non c’è stato nessun traffico illecito di rifiuti. Lo smaltimento dei fanghi trovati nei siti era assolutamente lecito. Di conseguenza, non c’è stato nessun danno”.
Due ore dopo, il giudice Eugenio Turco ha dichiarato il non luogo a procedere, disponendo il dissequestro delle cave.
