– “Tra i lavoratori e l’imprenditore c’erano buoni rapporti”.
Lo dichiarano i testimoni della difesa al processo per la riduzione in schiavitù di cinque indiani. Imputati: l’imprenditore di Canino L.T. e il suo collaboratore-intermediario indiano S.B..
Sui due ricade l’accusa di aver fatto lavorare i cinque dipendenti dell’azienda agricola 14 ore al giorno. Sottopagati e senza ferie. Gli alloggi, poi, sarebbero stati fatiscenti e senza servizi igienici.
L’indagine, partita nel febbraio 2011 e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, è culminata negli arresti di L.T. e S.B. a luglio, eseguiti dalla polizia di Tarquinia.
Al processo in Corte d’Assise a Roma, i cinque indiani si sono costituiti parte civile. Quattro hanno accettato il risarcimento dei due imputati. Solo uno, rappresentato dall’avvocato Samuele De Santis, è andato avanti.
Dopo l’ascolto dei testimoni di pm e parte civile, ora è il turno della difesa. Le quattro persone ascoltate ieri mattina, citate dall’avvocato Giosuè Bruno Naso, erano per lo più agricoltori o lavoratori in aziende confinanti con quella dell’imputato.
Hanno detto che tra L.T. e i cinque, i rapporti sembravano ottimi. “Stavano insieme anche a Pasqua e a Natale”, ha aggiunto un teste. Erano liberi di uscire e di andare a fare la spesa.
Circostanze che vanno tutte in direzione contraria, rispetto all’ipotesi accusatoria di schiavitù e segregazione.
La prossima udienza è fissata al 22 marzo, per ascoltare gli imputati. Il pm Roberto Staffa, arrestato a gennaio e che si occupava del caso, è stato sostituito da una collega.
