– Nessuna costrizione e nessuna minaccia. Sarebbe stato lo stesso commerciante, presunta vittima di usura, a proporre di vendere la sua casa per saldare un debito.
Lo rende noto la difesa di Antonio Pasquini. Il funzionario di banca viterbese è in carcere da giovedì con l’accusa di usura aggravata ed estorsione. La nuova ordinanza di custodia cautelare ha raggiunto anche l’immobiliarista Daniele Califano, arrestato al primo blitz antiusura di marzo e mai uscito da Mammagialla.
Pasquini, in quell’occasione, fu solo denunciato a piede libero. La ricostruzione del suo avvocato Massimo Boni si muove su binari diversi da quelli tracciati dalla Procura. Per gli inquirenti, il tentativo di Pasquini e Califano sarebbe stato quello di appropriarsi delle case del commerciante taglieggiato. Ma la difesa rilancia. “E’ stato lui a prospettare a Pasquini la vendita della sua casa a Vetralla – afferma Boni -. A Pasquini, il commerciante aveva detto di avere un debito pregresso da 70mila euro con Califano. Per questo, si era detto disponibile a vendere la casa”.
Quanto alla villa a Procida, per la quale la presunta vittima avrebbe firmato un preliminare di vendita da 400mila euro, Pasquini ha rigettato le accuse all’interrogatorio di garanzia, diversamente da Califano che ha preferito non rispondere in attesa di leggere le carte.
Il pm Fabrizio Tucci ha in mano i risultati delle indagini della squadra mobile e sei mesi di serrate intercettazioni. In una, Califano spiega a un parente di un usurato: “I soldi glieli ho prestati perché Tonino si è messo in mezzo”. Per il gip Francesco Rigato, firmatario dell’ordinanza di custodia cautelare, è altamente probabile che il ruolo di “Tonino” – Pasquini “non si esaurisca nell’avvicinamento di potenziali vittime”.
Dietro a quello che, per i magistrati, era un sodalizio a due per spremere imprenditori in difficoltà, l’avvocato Boni vede una semplice amicizia di lunga data. “Pasquini conosceva Califano da venticinque anni – spiega il legale -. Il fatto che abbia mandato da lui due persone in quattro anni non ne fa un usuraio, né lo rende consapevole e complice di eventuali illeciti di Califano”.
Il carcere è scattato sul presupposto dell’inquinamento delle prove. Si parla dei tentativi di rintracciare il commerciante, dopo la sua fuga per paura in Romania. Pasquini gli manda un fax che, per la difesa, è “solo un chiaro invito a dire la verità”: “Poiché io, come uno stupido, per aiutare te e tua sorella nella fase di estinzione del mutuo, ho commesso l’errore di parlare con lui (Califano, ndr) e di dirgli che avresti sistemato tutto, ora i poliziotti pensano che io sia coinvolto e che sia stato in combutta con quello. Se tu decidi di venire e vai in questura a dire il vero e dire soprattutto che io non ho mai fatto nulla di male, se non occuparmi dietro tua richiesta, in amicizia, di seguirti Equitalia per le varie cartelle non pagate (…). Comunque se decidi di venire a deporre per aiutarmi a uscire da questo incubo, quando tornerai ci vedremo…”.
L’altro tentativo di inquinare le prove, secondo gli inquirenti, sarebbe una telefonata all’altra imprenditrice usurata. Quella dalla quale era partita la prima denuncia e il primo blitz della squadra mobile. Pasquini le chiede se è stata lei ad andare dai poliziotti. Elemento, anche questo, che per l’avvocato Boni non basta a fare del bancario un usuraio.


