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– Era stato condannato a otto anni e tre mesi per la riduzione in schiavitù dei suoi quattro lavoratori romeni.
Due anni dopo, la Corte d’Appello di Roma ha riformato la sentenza di primo grado per Francesco Marcucci, imprenditore agricolo 46enne di Ischia di Castro.
I giudici della quarta sezione hanno dato un taglio netto alla pena inflitta dal collegio viterbese. Quegli otto anni e tre mesi per riduzione in schiavitù sono diventati due anni per violenza privata. Un’accusa ben più leggera rispetto a quella formulata dall’ex pm della Direzione distrettuale antimafia (Dda) Roberto Staffa (poi arrestato per concussione).
Le manette per l’imprenditore scattarono il 4 novembre 2009, dopo il blitz dei carabinieri di Tuscania nell’azienda agricola di Marcucci. L’imprenditore restò in carcere per quasi quattordici mesi.
Il pm Staffa ipotizzava un asservimento totale dei lavoratori alle esigenze dell’imprenditore, che li avrebbe costretti a lavorare 15 ore al giorno senza stipendio. I quattro pastori avrebbero vissuto in condizioni disumane in un alloggio senza letti, acqua e servizi.
Sette anni e mezzo la pena richiesta dal pm Staffa. Ma il tribunale di Viterbo inflisse a Marcucci una pena ancora più alta, assolvendo il suo collaboratore di Montalto di Castro, un agricoltore cinquantenne.
Gli avvocati Alfredo Trotta – dalla prima ora – e Giuseppe Madia – subentrato al collega Giorgio Fini -, hanno fatto appello sostenendo l’impossibilità di configurare un reato così grave. Soprattutto: manca la prova che Marcucci abbia agito approfittando della situazione di bisogno dei quattro lavoratori, costretti ad accettare le sue condizioni per paura di finire in mezzo a una strada. Già al processo di primo grado, Marcucci si era difeso sostenendo di aver lasciato ampi margini di manovra ai quattro, liberi di lavorare anche per altri imprenditori della zona.
Davanti ai giudici d’appello hanno ottenuto un consistente sconto di pena, oltre alla riqualificazione del reato. Ma potrebbero esserci comunque gli estremi per un ricorso in Cassazione.
Gli avvocati leggeranno le motivazioni e decideranno.
