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– Quasi quattro ore di interrogatorio per Antonio Pasquini.
Il funzionario di banca è comparso ieri pomeriggio in procura per rispondere alle domande del pm Fabrizio Tucci.
E’ stato Pasquini a chiedere l’interrogatorio. Voleva difendersi dalle accuse formulate dal magistrato: usura aggravata, estorsione, tentata estorsione. Un cumulo di ipotesi di reato che Pasquini ha respinto ancora una volta, come aveva già fatto davanti al gip Francesco Rigato all’interrogatorio di garanzia.
“Ha detto chiaramente di non essere l’intermediario di Daniele Califano – spiega il suo avvocato Massimo Boni, che lo difende insieme al collega Dell’Anno -. Con l’immobiliarista, arrestato insieme a lui dalla squadra mobile, lo lega un’amicizia di lunga data. E’ il padrino della figlia di Califano. C’è da dire che, su un arco di quattro anni coperto dall’inchiesta, si discute di un paio di imprenditori che Pasquini avrebbe mandato da Califano. Anche ammesso che li abbia davvero indirizzati da lui, nulla sapeva dei suoi metodi e degli interessi usurari che applicava”.
L’accusa, per Pasquini, è proprio quella di aver utilizzato informazioni riservate, tramite il suo impiego in banca, per adescare imprenditori in difficoltà e fargli il nome di Califano. Almeno in tre sarebbero finiti sul lastrico, secondo le indagini della squadra mobile. Un noto commerciante di Viterbo è stato anche costretto per paura a fuggire in Romania. Ma proprio quell’imprenditore, secondo Boni, non ha detto la verità.
“L’interrogatorio è stato incentrato su una serie di falsità riferite dal commerciante – afferma il legale -. Emblematico è l’esempio di quei 7mila euro dietro ai quali l’accusa vede un’estorsione. Intanto erano 5mila euro. E poi si trattava di un semplice prestito a titolo di favore che Pasquini si era impegnato a fare. Ovviamente senza neanche l’ombra di interessi usurari. Abbiamo prodotto l’assegno circolare che Pasquini dette all’imprenditore, che poi restituì i 5mila euro in contanti”.
L’estorsione è collegata al preliminare di vendita della villa a Procida che l’imprenditore sarebbe stato costretto a firmare dal duo Pasquini-Califano. I 7mila euro sarebbero serviti a ottenere il differimento della scadenza del preliminare. Così facendo l’immobiliarista e il bancario avrebbero tenuto in scacco l’imprenditore. Ma anche su questo Pasquini ha avuto da ridire. “Era il commerciante che voleva vendere quella casa – dichiara, ancora, l’avvocato Boni -. Su indicazione di Pasquini, fu redatto un contratto, stilato da Califano. Dopodiché hanno fatto tutto loro. Califano è andato a Procida per vedere se poteva comprare la villa, ma non gli piaceva. Avrebbero trovato un altro acquirente. Ma resta il fatto che, anche qui, tutto parte dall’imprenditore che, tra l’altro, ha apposto sul contratto le firme false delle due sorelle, rendendolo automaticamente carta straccia”.
Entrati alle 15 in punto, il bancario e i suoi legali hanno lasciato la procura poco prima delle 19. Un colloquio dal quale la difesa si aspetta molto. “Pasquini ha risposto a tutto. Riteniamo che abbia chiarito ogni passaggio in modo preciso e dettagliato. La prova regina della sua innocenza, comunque, sta nel fatto che, da tutta questa presunta collaborazione con Califano, Pasquini non ha guadagnato un euro”.
La procura, in ogni caso, non è convinta. Al contrario. Gli inquirenti sarebbero talmente sicuri del fatto loro da essere orientati sulla soluzione processuale più rapida: il giudizio immediato. Vale a dire, il dibattimento subito. Senza passare per il rallentatore dell’udienza preliminare. Tra i requisiti fondamentali per richiederlo c’è la certezza della prova. E gli inquirenti, a quanto pare, ritengono di avere in mano indizi solidi. Non solo: il fatto che si pensi già all’immediato significa anche che l’inchiesta è agli sgoccioli. Tra non molto gli indagati potrebbero vedersi recapitare i decreti di citazione a giudizio.




