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Presto una rivoluzione della gente educata

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Alfonso Antoniozzi intervista Franca Valeri

Alfonso Antoniozzi intervista Franca Valeri

– Ho chiuso volutamente l’incontro con Franca Valeri a Caffeina con la citazione di un passaggio del suo libro, quello in cui auspica si realizzi presto una rivoluzione della gente educata contro la dilagante maleducazione.

Dall’alto dei suoi oltre novanta anni di vita, Franca ha guardato lentamente il mondo intorno a sé cambiare, e certo non per il meglio, per quanto riguarda i rapporti interpersonali e non si rassegna a dare per scontati certi atteggiamenti e certi costumi che a molti (e forse anche a molti tra quelli che leggeranno queste righe) sembrano ormai normali, ma che a lei paiono assolutamente aberranti. Ammetto candidamente che continuano a sembrarlo anche a me, che di anni ne ho solo quarantanove.

Senza parlare di cose eclatanti come i sacchi dell’immondizia abbandonati in ogni dove, delle lavatrici scaricate in aperta campagna non curandosi delle leggi e delle isole di recupero, delle macchine parcheggiate sui marciapiedi, dei fenomeni ricorrenti di plateale ubriachezza molesta notturna, di tutte quelle cose insomma che sono spettacolari violazioni non solo delle norme, ma anche di un minimo sindacale di convivenza civile, vorrei annoiarvi soffermandomi su piccoli comportamenti quotidiani che sono segnali o, se volete, prodromi degli esempi che ho appena citato.

“Quando si entra in un negozio, si dice buongiorno, per cortesia, grazie, arrivederci”, diceva la mia mamma. Non serve esser stati a scuola da monsignor Della Casa, basta un minimo di buona educazione. Eppure, prendendo ad esempio la sola tabaccheria sotto casa, quante volte ho visto gente entrare e dire “una ricarica da cinque euro“. Punto. Pesa talmente tanto dire “Buongiorno, mi farebbe una ricarica da cinque euro per cortesia? Grazie”. e salutare prima di uscire? No, certo che non pesa.

Eppure nel lessico quotidiano, questa brutalità, questo palese disconoscimento dell’interazione con un altro essere umano, sono praticamente all’ordine del giorno, e chi si comporta in questo modo non viene guardato come un troglodita, come accadeva non dico ai primi del secolo scorso, ma almeno fino a una ventina di anni fa.

Quando si parla con le persone più grandi di te, si da del lei. Se loro ti autorizzano, si da del tu. Se ti danno del tu, non è un’autorizzazione a fare altrimenti”: Semplice, no? E allora perché commesse appena ventenni mi salutano con “ciao, che ti serve”? E, peggio, perché vedo quindicenni rivolgersi alla signora dietro il bancone con “senti, fammi un caffè?“. Ai tempi della mia adolescenza si trovava immediatamente qualche adulto che ti rimbrottava con un sacrosanto “ma che, è tu’ madre?“. Oggi non succede, nel terrore di sentirsi rispondere “fatti i cazzi tuoi”, caduto per sempre il rispetto che fino a poco tempo fa si voleva automatico per chi aveva più anni di te.

“Quando i grandi parlano, si parla solo se ti viene rivolta la parola”. Una regola piuttosto draconiana, che mi sento di disapprovare. Ma non fino al punto di lasciare che i pargoli, in virtù del dilagante bambinismo e coperti dalla giustificazione “so’ creature”, monopolizzino totalmente la conversazione a tavola o altrove. Già è difficile, con certi genitori, spostare i discorso su temi che non riguardino i loro figli (per definizione, il meglio che la specie umana abbia avuto la ventura di creare), figurarsi se poi ci si mettono anche i figli a parlare delle loro cose.

Non dico di tornare alla mia infanzia, quando noi bambini si cenava in un tavolo a parte e quando si stava, raramente, a tavolo con gli adulti si doveva esser muti e inespressivi come una carpa, ma insomma c’è sempre un giusto mezzo, nelle cose.

Carrellando velocemente dalla scomparsa del “mi scusi” quando si urta inavvertitamente qualcuno per la strada all’abuso del clacson quando si guida, vorrei arrivare al fenomeno telefonini e social network.

Avendo vissuto tutto il dilagare del fenomeno telefonia mobile, ricordo che agli albori di questo, quando si stava nei luoghi pubblici, generalmente il telefono si teneva spento, quasi vergognandosene. Poi siamo diventati un poco più coraggiosi e abbiamo acceso le suonerie, riempiendo sale d’attesa, ristoranti, scompartimenti di treno, e poi teatri, cinema, luoghi di intrattenimento, di variopinti trilli.

Ora siamo arrivati alle cene in cui il telefono non solo troneggia sulle tavole di tutti i ristoranti, ma è il protagonista assoluto della serata. Non solo si ricevono telefonate mentre si cena, ma si condividono scatti, istantanee, status, si commentano pagine Facebook, si scambiano file, si fa vedere all’amico l’ultimo video di youtube. Ho visto tavole di dieci persone tutte intente a comunicare col mondo intero: l’unica comunicazione interrotta era quella tra commensali.

Ebbene, sarà che io son cresciuto con la massima che “non si disturba la gente all’ora dei pasti“, e con la ferma convinzione che chi divide il pasto con te ha diritto alla tua massima attenzione perché incontrarsi è un regalo reciproco del proprio tempo, ecco, io davvero faccio fatica a tollerare chi cena con me restando perpetuamente affascinato dal telefono. Al punto che, già una decina di anni fa, un mio collega che passò la cena incollato al telefono, quando rialzò la testa si trovò da solo al tavolo, perché mi ero spostato dall’altra parte del ristorante. Alla sua richiesta di spiegazione, risposi “se devo cenare da solo, ceno da solo”.

Insomma concordo con Franca per un’opera di restaurazione della comune cortesia, ovvero della più elementare delle regole della convivenza civile, convinto che bisogna partire dal piccolo per arrivare al grande, che la scomparsa di questa regola sia il non trascurabile sintomo di una malattia che dilagherà in peggio se non viene fermata, e che chi consideri esagerate queste mie semplici rimostranze stia spianando la strada a una “civiltà” che si farà sempre più intollerabile, rallentando per tutti noi il percorso verso un mondo, un paese, una città migliore.

Alfonso Antoniozzi


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