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“Un altro piccolo grande mistero italiano”

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Antonio Ingroia

Antonio Ingroia

Attilio Manca

Attilio Manca

Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli

Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli alla conferenza per la chiusura delle indagini sul caso Manca

Dopo don Luigi Ciotti anche Antonio Ingroia, leader di Azione civile, interviene sull’archiviazione del caso di Attilio Manca, il medico trovato morto a 35 anni nella sua casa di Viterbo. 

L’ex magistrato ha pubblicato una nota sul sito web del suo movimento.

“Attendiamo di conoscere le motivazioni della magistratura di Viterbo che ha stabilito che Attilio Manca, l’urologo che nel 2003 potrebbe aver curato Provenzano per un tumore alla prostata in Francia, si sarebbe suicidato con un overdose di eroina nel 2004 – scrive Ingroia -. È un diritto, per i familiari e per la giustizia, che emerga la verità su quest’altro piccolo grande mistero italiano. Mi auguro che dalle motivazioni emerga che la magistratura di Viterbo abbia fatto tutte le verifiche necessarie, e in particolare quelle chieste dalla famiglia Manca. Sarebbe grave e incomprensibile se fosse avvenuto il contrario. Nessuno deve sospettare che esistano zone grigie tollerate dallo Stato, e perfino da qualche magistrato, in cui l’impunità trionfa”.

Per l’ex pm è indispensabile fare luce su quelli che la famiglia Manca ha sempre definito “buchi neri delle indagini”.

“Si è accertato chi venne curato a Marsiglia dall’urologo Attilio Manca? – chiede Ingroia – Da quanto disse ai familiari vi era andato per assistere a un intervento chirurgico, e, guarda caso, proprio in quei giorni, e proprio alla prostata, era andato sotto falso nome a Marsiglia Bernardo Provenzano per farsi operare. Per i fatti di mafia servono professionalità e specializzazione. Questa è l’ennesima prova che l’attuale sistema giudiziario non è in grado di dare risposte adeguate alla domanda di giustizia che viene forte dalla società e dalle vittime dei reati”.

Per l’ex magistrato “un caso così andava affidato a un pool di inquirenti specializzati per verificare nel modo più approfondito possibile l’ipotesi mafia e il collegamento con il viaggio di Provenzano a Marsiglia. Ma incredibilmente nessuno ha fatto questa verifica. Occorre un intervento legislativo che istituisca una task force facente capo alla procura nazionale antimafia che abbia la possibilità di coadiuvare direttamente le procure di volta in volta coinvolte, anche quando, come in questo caso, non si tratta di una procura distrettuale antimafia”.

Secondo il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli, titolare delle indagini su Manca, anche la Direzione distrettuale antimafia di Messina si occupò della morte dell’urologo. Sollecitati da un esposto dell’avvocato della famiglia Manca Fabio Repici, gli inquirenti siciliani avrebbero archiviato le posizioni di Ugo Manca, Salvatore Mondello e Angelo Porcino, tutti e tre poi indagati a Viterbo (e oggi archiviati) per l’ipotesi di omicidio colposo per cessione di droga. Pazienti e Petroselli lo dichiararono in conferenza stampa: “Il fascicolo è arrivato a Viterbo che, raccogliendo gli input della magistratura messinese e la richiesta del gip di accertamenti sulle siringhe in casa di Manca, ha proceduto per reati ordinari, riguardanti l’assunzione di stupefacenti. La mafia non c’entra altrimenti la Dda non avrebbe archiviato”.

La “leggenda Provenzano”, a detta del capo della Procura di Viterbo, “è una croce che dobbiamo portarci dietro noi qui. Anche se altre procure antimafia prima di noi hanno archiviato”. 

 

 


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