Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore,
mi dichiaro molto d’accordo con quanto scritto da Mattioli specie nella parte finale del suo intervento che pone l’accento sulla necessità di facilitare il compito alla famiglia in termini sociali, economici, sanitari, educativi e soprattutto di salvaguardarla in termini etici.
Mi sembra però discutibile l’introduzione, nella quale Mattioli si chiede se sia opportuno che si facciano battaglie di mera bandiera a sfondo ideologico, che vedono da una parte ex sessantottini e dall’altra i cattolici.
A essere discutibile è la ricostruzione della vicenda, perché le cose sono andate così: gli ex sessantottini (uso la sua terminologia) hanno portato maldestramente avanti un’iniziativa su un argomento privo di valenza pratica (come lo definisce il mio amico sociologo) e meramente ideologico, impegnando un’intera amministrazione comunale a discuterne quasi fosse un’emergenza assoluta. Personalmente non avevo mai visto una commissione consiliare riunirsi con tanto interesse e afflato e tanta grancassa mediatica su una questione così insulsa.
Di sicuro non ho mai visto altrettanto interesse e afflato nei confronti dei problemi della famiglie viterbesi, ai quali non mi risulta (ma posso sbagliarmi) che sia stata mai dedicata una commissione consiliare.
Di fronte a questa iniziativa, alcuni cittadini (riunitisi nel comitato Sì alla famiglia) hanno sentito il bisogno di protestare, com’è giusto e legittimo che sia in una società democratica. E, pur condividendo un retroterra cattolico, non mi pare abbiano fatto questioni morali o teologiche. Non hanno fatto una crociata al grido Dio lo vuole.
Queste sono interpretazioni ed esagerazioni giornalistiche. Casomai hanno detto la costituzione lo vuole, la laica costituzione italiana, che riconosce la famiglia monogamica ed eterosessuale come fondamento della società. Non solo: questi cittadini hanno posto delle questioni di merito molto precise e circostanziate rispetto al regolamento del famoso registro e si sono chiesti, proprio come fa Mattioli, se le energie intellettuali e sociali della città debbano perdersi intorno a tali questioni.
Questo andava detto per un minimo di onestà e di precisione nella ricostruzione dei fatti. In realtà il dibattito è stato piuttosto paradossale: i nuovisti lo buttavano sul piano morale e religioso, mentre i conservatori hanno sempre impugnato la laica Costituzione italiana, avanzando obiezioni molto concrete e ragionevoli.
Qualcuno si è chiesto: Che c’è di male nel registro delle coppie di fatto? E una domanda che imposta la questione sotto il profilo morale, appunto. La domanda corretta dovrebbe essere: Che c’è di bene? dove per bene sintende un concreto vantaggio per l’amministrazione pubblica. Perché un amministratore dovrebbe puntare sulla liquidità di una coppia di fatto invece di concentrare la propria attenzione su chi si è preso un impegno che comporta tutta una serie di gravosi doveri, prima ancora che di diritti?
L’Italia è stata costruita sulle sue famiglie, sulla tenuta e la solidità di gente che non ha avuto paura a prendersi le proprie responsabilità. Le famiglie italiane sono i veri ammortizzatori (finché ce la possono fare) della gravissima crisi che colpisce soprattutto i giovani. E allora che senso ha buttarsi in una battaglia ideologica e di mera bandiera? La domanda di Mattioli è giusta, ma va rivolta esclusivamente agli amministratori che evidentemente ritengono importante puntare più su una coppia di fatto che su una famiglia vera e propria.
Sono amministratori che, nell’affidare un appalto per unimportante opera pubblica, non preferirebbero mai a una ditta regolarmente costituita una spontanea aggregazione di amici che condividono un qualche hobby. Perché devono comportarsi in modo opposto, quando si tratta di famiglia? E a una domanda come questa che si dovrebbe rispondere, invece di esercitarsi in una sterile discussione sui massimi sistemi.
Gianluca Zappa
