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L'opinione del sociologo

Il problema della famiglia? I genitori non la crisi o le coppie di fatto

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – Sono d’accordo nel ritenere che il dibattito sulla famiglia debba affrontare innanzitutto i problemi della disoccupazione giovanile, del lavoro precario delle giovani coppie, della marginalità degli anziani.

Ed è altrettanto facile, seppur per altri fini lo ha sottolineato anche Alfonso Antoniozzi in un suo intervento di qualche settimana fa – lamentare che, a fronte di tali e tanti problemi di drammatica urgenza, le energie intellettuali e sociali della città debbano perdersi appresso a un argomento, come quello del registro delle coppie di fatto, che è tanto pregno di significati quanto privo di valenza pratica.

La domanda che viene spontaneo porsi, infatti, è la seguente: è opportuno che si facciano battaglie di mera bandiera – che altro non possono essere, né per l’uno, né per l’altro fronte – quando sarebbe necessario far funzionare il lavoro, l’igiene pubblica, l’economia locale, il traffico, l’educazione civica, la casa, il verde pubblico, gli asili tanto per prendere qua e là alcuni problemi quotidiani della nostra città?

Si potrà rispondere che le battaglie di mera bandiera sono il sale del confronto civico, perché è lì che si scontrano i principi, i valori, l’idea stessa di democrazia, il rispetto per l’altro.

Ben detto. Ma la questione sta proprio qui: queste battaglie possono avere dei vincitori di principio? Cioè, deve vincere chi ha un credo religioso? Fare apostolato è obbligo del cristiano, ma di qui a imporre i propri punti di vista mi sembra antistorico. Deve vincere chi pensa alternativo? Il sessantotto è passato da un pezzo e, tra i suoi tanti preziosi insegnamenti, ha dimostrato che non tutto ciò che è spacciato per nuovo e progressista è automaticamente giusto.

Nella battaglia sul registro delle coppie di fatto (che in effetti interessa quasi esclusivamente le coppie omosessuali) non è possibile, in linea di principio, individuare un partito giusto e uno sbagliato, sol perché l’uno vuole la novità e l’altro si oppone: voglio dire che la scelta non sarà mai “oggettiva”, quale che essa sia, ma “ideologica”.

Se ci sarà un vincitore sarà solo perché l’avrà avuta democraticamente vinta una “ideologia” sull’altra. Né si deve pensare a schieramenti caratterizzati in senso meramente anagrafico: intanto perché è tutto da dimostrare che certe battaglie siano generazionali (basterebbe ascoltare come si esprimono purtroppo tanti giovani nei confronti della diversità…) e poi perché comunque qualsiasi età ha diritto di esprimersi. Certo, la nostra è ancora in parte una società gerontocratica ed è evidente che l’anziano tende a essere più tradizionalista. Ma è altrettanto chiaro che le nuove generazioni sono talvolta nuoviste per principio. Tanto per fare un esempio, il “nuovismo” fascista (politico, artistico, culturale, sociale) non è che fosse tutta questa esplosione di reale progresso.

Resta allora da vedere quale sia il vero problema della famiglia.

Come ho già avuto modo di far notare su questo giornale, è l’assunzione di responsabilità educativo-formative dei genitori nei confronti dei figli che non funziona; anzi, oggi che sarebbero ancor più necessarie, queste responsabilità sembrano sul punto di sparire, con conseguenze sempre più drammatiche per le nuove generazioni. Sul piano statistico, fiscale, organizzativo potremo anche concepire famiglie di vario genere, ma sul piano sociale e formativo dovremo innanzitutto pensare alla famiglia come luogo in cui tuttora – e non lo si dice nei comizi, lo dicono le scienze psicologiche, sociali e pedagogiche – avviene la prima e più importante forma di socializzazione e di educazione alla vita sociale delle nuove generazioni.

E a questa “famiglia con figli” (cioè il nucleo famigliare più importante) non potremo rivolgerci in termini ideologici, conservatori o progressisti che siano: dovremo facilitarle il compito in termini sociali, economici, sanitari, educativi, ma soprattutto dovremo salvaguardarla in termini etici, che siano prioritari rispetto a qualsiasi altra preoccupazione volta a preservare interessi personali individuali e di parte. Il vero problema della famiglia, mi si conceda, non sono né le coppie di fatto, né la crisi economica: sono i genitori che non hanno più voglia di assumersi le loro responsabilità, cioè di ricoprire i propri ruoli e di fare il proprio mestiere.

Francesco Mattioli


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3 febbraio, 2014

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