Viterbo – Manca tuttora, nel grande libro della nostra memoria collettiva, la pagina riguardante la dolorosa vicenda di quelle sessantamila donne italiane, vittime della violenza e degli stupri durante il periodo 1943-’44 nell’ultima guerra mondiale. Colpevoli soltanto di essersi trovate sul percorso dell’avanzata delle truppe nord africane, incorporate nella V Armata americana, dal momento dello sfondamento del fronte di Cassino.
Doppiamente vittime, per la successiva vergognosa rimozione “ufficiale” del loro olocausto e delle conseguenze connesse umane e sociali: un vero e proprio negazionismo.
Parliamo delle cosiddette donne “marocchinate” il cui termine dopo settanta anni richiama ancora alla memoria dei sopravvissuti quei fatti. Dal paese di Esperia e Pontecorvo, nei paesi dei Monti Lepini, nel viterbese e su fino a Grosseto e Siena dove avvennero episodi raccapriccianti.
In mancanza e in attesa di un atto formale che ponga quegli eventi nella loro giusta collocazione storica, nel frattempo ritengo che la celebrazione odierna sia occasione di stimolo, di solidarietà e di memoria: la dedica di una mimosa ideale anche per loro.
“La storia senza revisione non è storia” (De Felice).
Ferdinando Signorelli
presidente onorario associazione nazionale vittime “marocchinate”
