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Viterbo - Interviene Ferdinando Signorelli, presidente associazione Anvm

8 marzo per ricordare anche le donne “marocchinate”

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Ferdinando Signorelli

Ferdinando Signorelli 

Viterbo – Manca tuttora, nel grande libro della nostra memoria collettiva, la pagina riguardante la dolorosa vicenda di quelle sessantamila donne italiane, vittime della violenza e degli stupri durante il periodo 1943-’44 nell’ultima guerra mondiale. Colpevoli soltanto di essersi trovate sul percorso dell’avanzata delle truppe nord africane, incorporate nella V Armata americana, dal momento dello sfondamento del fronte di Cassino.

Doppiamente vittime, per la successiva vergognosa rimozione “ufficiale” del loro olocausto e delle conseguenze connesse umane e sociali: un vero e proprio negazionismo.

Parliamo delle cosiddette donne “marocchinate” il cui termine dopo settanta anni richiama ancora alla memoria dei sopravvissuti quei fatti. Dal paese di Esperia e Pontecorvo, nei paesi dei Monti Lepini, nel viterbese e su fino a Grosseto e Siena dove avvennero episodi raccapriccianti.

In mancanza e in attesa di un atto formale che ponga quegli eventi nella loro giusta collocazione storica, nel frattempo ritengo che la celebrazione odierna sia occasione di stimolo, di solidarietà e di memoria: la dedica di una mimosa ideale anche per loro.

“La storia senza revisione non è storia” (De Felice).

Ferdinando Signorelli
presidente onorario associazione nazionale vittime “marocchinate”

 


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6 marzo, 2014

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