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Mezzo chilo di cocaina, i pusher non parlano

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La cocaina sequestrata

La cocaina sequestrata

La cocaina sequestrata

La cocaina sequestrata

La cocaina sequestrata

La cocaina sequestrata

Una macchina dei carabinieri

Una macchina dei carabinieri

Orte – (s.m.) – Non parlano i due pusher presi con mezzo chilo di cocaina pura.

I due quarantenni dominicani, arrestati giovedì, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, stamattina, davanti al gip Franca Marinelli.

Evidentemente non sapevano come giustificare il possesso di quei 500 grammi di polvere bianca, nascosti in un contenitore pieno di riso cotto. 

A trovarlo, giovedì sera, sono stati i carabinieri di Orte. I due, di 40 e 46 anni, originari della Repubblica Dominicana, viaggiavano su un taxi, sottoposto a controllo dagli uomini dell’Arma. E lì, la sorpresa: nelle valigie c’era il contenitore col cibo e dentro, tre involucri termosaldati ‘affogati al caffè’. Una tecnica ad hoc per sviare anche il fiuto dei cani antidroga.

Per i due è scattato l’arresto per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti. Sono incensurati. Non risulterebbero precedenti penali a loro carico né in Italia né all’estero. Ma adesso sono in cella con la pesante accusa di aver alimentato il traffico di stupefacenti nel Viterbese. Traffico finito più di una volta sotto la lente degli inquirenti.

E’ di pochi mesi fa la chiusura della maxi indagine “Babele”. Il blitz congiunto di carabinieri e finanza portò all’arresto di 33 persone, tutte ritenute responsabili di aver movimentato lo spaccio di droga a livello locale. Un traffico vasto e differenziato, dalla cocaina alla marijuana.

L’inchiesta, aperta all’inizio del 2013, verteva più che altro sul traffico di stupefacenti nel capoluogo. Ma con l’ultimo arresto dei carabinieri di Orte ha un’importante analogia. Anche i principali indagati di Babele sono dominicani. Una decina di persone additate come i protagonisti dello spaccio a cielo aperto, tra di San Faustino e San Pellegrino.

Nello schema disegnato dagli inquirenti, due bande si spartivano il commercio di stupefacenti in città: dominicani da un lato, tunisini dall’altro. Ma i primi, più dei secondi, sarebbero stati in grado di far arrivare in città i quantitativi più massicci di droga. Per non parlare della qualità: mentre dai tunisini si potevano trovare hashish e marijuana, i dominicani vendevano cocaina. Quasi sempre proveniente dalla Spagna, proprio come nel caso dei due quarantenni arrestati ieri. 

Atterrati a Roma dalla Spagna, erano diretti a Terni. Ma i carabinieri li hanno fermati prima.

Non stupirebbe se un arresto come questo diventasse il punto di partenza di un’indagine più ampia. Come del resto è successo per “Babele”: le indagini del pm Paola Conti iniziarono dall’arresto di due persone, trovate con un etto di hashish. Anche qui, il quantitativo è ingente e anomalo e la qualità delle migliori. Solo analisi di laboratorio approfondite diranno quante dosi era possibile estrarre precisamente, ma si parla di cocaina quasi pura.

L’unica differenza con gli indagati di “Babele” è nelle modalità di trasporto. Per importare la cocaina, i dominicani del blitz congiunto, finanza-carabinieri, avrebbero usato gli “ovulatori”. Persone che si offrivano volontarie, spesso dietro pagamento, per ingerire ovuli di polvere bianca e portarli a destinazione da un paese all’altro. In questo caso, la cocaina era immersa nel riso cotto e annegata nel caffè. Una cura dei dettagli che non è bastata a salvare i due pusher. 

L’arresto è stato convalidato. I due restano in carcere.


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