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“Totale assenza di valore per la vita umana”

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Viterbo – “Totale assenza di valore per la vita umana”.

Piena condanna del tribunale del Riesame alla madre 24enne, accusata di aver gettato la sua neonata in un secchio dell’immondizia.

Pesantissima la pronuncia del tribunale della libertà. Per i giudici romani, la donna, tornata da mesi in Romania, merita il carcere. Ma i difensori sono pronti a battersi in Cassazione.

La procura aveva fatto ricorso contro il mancato mandato di arresto europeo per la giovane madre: il gip Francesco Rigato non aveva ritenuto di spiccarlo, perché la donna ha un altro figlio piccolo in Romania ed è la sola che può provvedere al suo sostentamento. Ma per il pm Franco Pacifici e il tribunale del Riesame, la 24enne può scappare e rendersi irreperibile.

Il reato, del resto, è gravissimo: omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso tra lei e l’infermiere che l’ha aiutata, procurandole la falsa ricetta per prescriverle l’ossitocina che ha accelerato il parto.

Francesca, così la chiamò l’ex sindaco Marini nei giorni in cui il caso sconvolse la città, nacque prematura il 2 maggio 2013. La sua vita non durò che pochi attimi. La madre, incinta di sette mesi, avrebbe partorito a casa, dopo aver indotto le contrazioni con il farmaco. Poi ha messo in una busta il corpicino ancora vivo e caldo della bimba e lo ha buttato nel secchione dei rifiuti in via Solieri, al quartiere del Carmine.

E’ a questo punto che i giudici parlano di “totale assenza di valore per la vita umana”. La telecamera di sicurezza di un esercizio commerciale della zona ha ripreso tutto. E quando, poche ore dopo, la 24enne è andata a Belcolle in preda ai dolori, ha dovuto confessare quello che aveva fatto. Prima coi medici, poi coi poliziotti della squadra mobile.

Sull’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere è partito il lungo dibattito tra procura, difesa, tribunale, Riesame e Cassazione, per poi proseguire una battaglia non ancora finita sul fronte delle misure cautelari. La madre, detenuta fin da subito a Rebibbia, uscì per decorrenza dei termini, mentre per l’infermiere, gli arresti domiciliari sono scattati a un anno dai fatti.

L’udienza preliminare è a gennaio. Ma le strade degli indagati si divideranno quasi sicuramente: la donna chiederà il rito abbreviato; l’infermiere, invece, andrà a processo in Corte d’Assise.


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