Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ho molto apprezzato il carteggio tra Peppe Sini e il presidente del consiglio Matteo Renzi, sia per gli spunti di riflessione che opportunamente ripropone, sia per il tono che si coglie soprattutto nelle lettere di reciproca risposta, che sono gli interventi più direttamente rivolti ad un concreto interlocutore personale.
Non credo che il carteggio debba leggersi come una prova dell’impossibilità di un dialogo vero tra le istanze dei puri valori etici e quelle della politica, necessariamente legata a valutazioni realistiche e storiche, pena la sua inefficacia (e “niente di ciò che è inefficace ha valore” avrebbe detto Simone Weil).
Il carteggio, proprio per le sue carenze, gli scarti – anche le reticenze – mi sembra invece che instauri un colloquio autentico, aperto a cogliere le rispettive ragioni.
Quello che si deve auspicare su argomenti di questa portata.
Nelle ultime settimane sono stato alle prese con la rilettura del pensiero e dell’azione di una singolare figura di filosofo della nostra terra, Musonio l’Etrusco. L’iniziativa che egli prese nel 69, ai tempi della guerra dei quattro imperatori, di andare a predicare sui beni della pace a due eserciti che si preparavano a scontrarsi, venne liquidata dallo storico romano Tacito, con ironia e crudo realismo, come un’«intempestiva e inopportuna manifestazione di saggezza».
Oggi, per la dimensione che ha assunto la potenza distruttiva degli armamenti e per il fascino che esercita la costruzione di identità simboliche attraverso la distruzione e la violenza, sappiamo che quella saggezza ha perso molti dei suoi tratti di ideale radicalmente non storico e si presenta al nostro tempo con i caratteri della necessità e dell’urgenza.
E comunque, anche dovesse mantenersi nella dimensione dell’utopia, la nonviolenza assoluta deve restare parte del nostro orizzonte storico per fecondarlo e dirigerlo.
Uno dei miei maestri più cari, Italo Mancini, da cristiano e amico della nonviolenza, era tormentato per quello che gli appariva il segno più insopportabile della nostra condizione imperfetta: il congiungersi spesso, nella storia, di liberazione e violenza.
Egli ricordava spesso che Gandhi, certamente un apostolo della nonviolenza assoluta, ad un giovane che lo interrogava su come difendere una sorella insidiata rispose: “Usa la forza, a meno che tu non sia in grado di difenderla, con altrettanto successo, senza violenza”.
Questa consapevolezza – assunta senza alcun compiacimento, anzi con angoscia – può dare una formidabile spinta ad un concreto esercizio “storico” della nonviolenza nella dimensione personale, sociale, ma anche politica.
Mi pare che vadano in questo senso le dettagliate proposte di sperimentazione di politiche attive di difesa nonviolenta e di promozione dei diritti che da anni il Centro di ricerca per la pace e i diritti umani pone all’attenzione del dibattito pubblico.
Non è necessario condividerle in toto, ma che chi è impegnato nelle istituzioni ai più alti livelli di rappresentanza ne venga a conoscenza e ritenga di interloquire con esse mi sembra già di per sé un fatto importante e significativo.
Luciano Dottarelli
Presidente club Unesco Viterbo Tuscia
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