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La pace è un obiettivo, più che un assoluto indiscutibile

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – Caro direttore,

è certamente vero che Renzi non ha risposto adeguatamente alla lettera di Peppe Sini, ma da qui a far passare l’amico Peppe per un gigante al cospetto del premier ce ne corre.

Temo invece che la superficialità della risposta di Renzi dipenda soprattutto dall’impossibilità di stabilire un reale dialogo con le posizioni massimaliste di certo pacifismo: di qui, una risposta cortese, ma ritualistica e inevitabilmente distratta.

Tutto qui: niente giganti né nani, solo due lingue reciprocamente incomprensibili, mediante le quali è difficile costruire un dialogo vero.

Ciascuno ha le sue idee, certo, e vanno rispettate; e, poi, chi non è d’accordo sulla pace e sulla non violenza in generale? Ma il pensiero di Sini non è tutto qui, va oltre e include anche argomentazioni inaccettabili.

Così, mi permetterò di intervenire, sia come sociologo che come cattolico.

Il pacifismo è un argomento complicato.

Come cattolico, asserisco che non deve esserci posto per la violenza e per la guerra, anzi rivendico al messaggio del Nuovo Testamento le basi fondamentali della pace, dell’amore e del rispetto fra gli uomini.

Con tutto ciò, non credo che si possa “assolutizzare” la pace, assegnandole un valore apodittico che diventa anche a-storico.

Intanto, la pace ha bisogno che i contendenti siano disponibili al dialogo; se ciò non avviene, la pace inevitabilmente salta. E, per favore, lasciamo stare Gandhi: solo un ingenuo senza cognizioni storico-politiche può pensare che sia stata semplicemente la sua non violenza a cacciare gli inglesi dall’India.

La nuova Europa uscita dal secondo conflitto mondiale ha deciso di fondarsi sulla pace e la cooperazione; ma la pace se la è conquistata difendendosi da Hitler, da Mussolini e da Stalin, con i suoi eserciti, le sue brigate partigiane, e poi con la Nato, che fu concepita proprio per difendere la pace e la democrazia contro qualsiasi aggressione, soprattutto da parte della dittatura sovietica.

Sini denuncia uno stato italiano che nella Costituzione ripudia la guerra e che tuttavia partecipa ad azioni di guerra. Su questo tema i costituzionalisti si sono esercitati a lungo, ma alla fine tutto gira intorno alla seguente questione: lo stato italiano ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e come mezzo di aggressione, ma quando non vengono offerte altre alternative, la soluzione quale deve essere? Quella praticata dagli olandesi a Srebrenica?

La storia umana è piena di esempi di soluzioni giuste e giustificate, ma inevitabilmente drastiche; del resto, anche in medicina accade che, dopo aver esperito ogni tentativo farmacologico, si debba amputare.

Sini definisce la Nato come una istituzione terroristica. Certo, una pallottola è una pallottola; ma davvero la Nato ha come fine quello di seminare terrore? Perché le parole, e i loro significati, hanno un peso, e personalmente – ma credo lo pensino milioni di persone in Italia e nel resto d’Europa – non mi risulta che un soldato italiano in missione all’estero abbia le stesse motivazioni (e le stesse istruzioni…) di chi tira giù un grattacielo pieno di gente, fa saltare un treno di pendolari, piazza bombe in una scuola o sostiene di voler ammazzare tutti gli “infedeli”, sciiti compresi.

Chiedo a Sini: come si ferma la violenza in Siria o in Iraq? Lasciando che una genìa di violenti faccia strage di chi è diverso da loro? Come si ferma la violenza fondamentalista di Boko Haram? Mettendosi a ragionare intorno a un tavolo con quei signori? Finora gli unici “accordi di pace” raggiunti con organizzazioni del genere sono stati di natura economica, per lo più sotto forma di scambio tra ostaggi e riscatti in valuta pregiata. Sarà pure che dietro ogni guerra c’è il mercato, ma a quanto pare anche dietro queste forme di “dialogo” spunta solo il dio denaro…

Certo, sociologicamente parlando, ogni comportamento aggressivo ha una causa, a volte perfino una “giusta” causa. Rimuovendo la causa, si dovrebbe superare l’aggressività. Il problema è: come si rimuove la causa? Facendo il profeta disarmato, convincendo con parole e opere l’avversario, intervenendo sull’economia, la cultura, la società? Può darsi, ma si tratta di tempi lunghi che l’avversario non solo non ti concede, ma dei quali semmai approfitta per soggiogarti: si veda che fine hanno fatto ultimamente tanti – troppi – pacifisti delle organizzazioni non governative in Siria…

Sini parla di “politica dei diritti umani”: in cosa consisterebbe, quando si rivolge a certi gruppi fondamentalisti? Un mio studente libico mi ha detto: se parli di pace con gli jihadisti le cose sono due, o ti sei fatto musulmano fondamentalista o li finanzi con un sacco di soldi; tertium non datur (l’ha detto lui, in latino).

Sini parla di “disarmo, smilitarizzazione dei conflitti, corpi civili di pace, difesa popolare nonviolenta”: sono discorsi che valgono in Italia, cioè in un paese democratico, o anche in Siria, magari a Raqqa?

In realtà è difficile il discorso sulla pace, e cela tranelli.

La pace viene spesso invocata in modo del tutto strumentale. Di questo giochino nella storia se ne sono avvalsi prima il capitalismo, mentre affossava in nome della libertà le richieste della classe operaia, poi il marxismo rivoluzionario mentre chiedeva la testa dei padroni e inneggiava alla dittatura del proletariato; aggiungiamo la strategia “pacificatrice” di certa Chiesa dei papi-re. E non dimentichiamoci di quelli che vanno alle cosiddette manifestazioni pacifiste con le molotov in tasca.

Da tutto ciò ne esce inevitabilmente una considerazione: che la pace non ha un significato univoco e che non è poi così pacifica. E per almeno due ragioni. Una, che dietro al pacifismo si cela spesso l’opportunismo di una ideologia non pacifica.

L’altra, che sovente l’unico modo per creare la pace consiste nel favorire l’equilibrio tra forze contrastanti: “si vis pacem para bellum” dicevano i Romani e, caro direttore, se io, te e Sini non abbiamo vissuto la guerra in casa, diversamente dai nostri genitori e dai nostri nonni, è solo perché fino a ieri c’è stata la cosiddetta “Guerra Fredda”… Del resto, persino la fisica sostiene che la realtà è un equilibrio tra forze opposte, che non è né bianca né nera.

Certo, la pace è nelle corde dell’Uomo, e forse perfino nella sua natura, nonostante Caino e Hitler.

Ma più che altro la pace è un’ipotesi di lavoro, un programma, un obiettivo e un ideale a cui l’Umanità deve tendere, forse all’infinito.

Se la pace viene concepita come un assoluto indiscutibile, come prospetta Sini, allora diventa una notte in cui tutte le vacche sono nere, per dirla con Hegel, e non si coglie più la differenza che corre necessariamente tra un terrorista e un tutore dell’ordine, tra un assassino e una vittima, tra un oppressore e un liberatore, tra un bombarolo e un pacifista, tra un guerrafondaio e un peacekeeper.

Un buon anno di pace.

Francesco Mattioli


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