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Via Contessa, legittima l’incazzatura dei cittadini

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Vetralla - Via Contessa Galiana Vittoria Ruggeri Landerchi

Vetralla – Via Contessa Galiana Vittoria Ruggeri Landerchi 

Vetralla – Il nome di una “via” è cosa seria e importante, perché va a toccare direttamente la storia e la cultura di un luogo, la manifestazione di un’identità che va rispettata in tutte le sue forme espressive.

E per chi ha un’attività imprenditoriale, cambiare di punto in bianco il nome di una via potrebbe significare anche un problema logistico non da poco, tra cartelloni pubblicitari e scritte sui mezzi di lavoro da cambiare e fornitori da avvertire.

A Tre Croci un migliaio di abitanti ai piedi di Montefogliano la scorsa settimana hanno assistito ad un cambio di “via” mal digerito. Un tratto di via Viterbo, spezzata a metà dall’abbattimento di un ponte dovuto al rifacimento della linea ferroviaria Roma Ostiense-Porta Romana sul finire degli anni ’90.

Da via Viterbo a via Contessa Galiana Vittoria Ruggeri Landerchi. Sbagliando addirittura parte del cognome. La signora in questione si chiamava infatti Laderchi e non Landerchi.

Persona per bene, di cui tutti conservano un ottimo ricordo, che tanti anni fa decise di spostarsi dalla Calabria e restare a vivere a Tre Croci. Assieme ad un paio di vie – un’altra è stata dedicata a Don Cheri Landi, storico sacerdote del luogo – sono stati cambiati moltissimi numeri civici, sostituendo i vecchi – in base alle risultanze del censimento fatto ad hoc qualche anno fa – con tavolette di plastica decorate a dovere.

Il tutto, in un piccolo paese abbandonato a se stesso che sta lentamente spegnendosi, senza più scuola, farmacia e luoghi di socializzazione che hanno aiutato la crescita di molti dei suoi abitanti. Posti che negli ultimi vent’anni sono scomparsi nel nulla senza che le amministrazioni che si sono succedute – quasi sempre le stesse – abbiano fatto granché per evitarlo.

Innanzitutto un punto non da poco, almeno per chi è fermamente convinto che la nostra Carta costituzionale abbia ancora un senso. Un conto è via della Contessa (in tal caso, il richiamo a un “soprannome”, diciamo così), un conto via della Contessa Galiana Vittoria Ruggeri Laderchi. Non credo infatti che sui documenti della signora Vittoria vi fosse stato scritto “contessa”, visto che nel nostro Paese i titoli nobiliari sono stati aboliti con la Costituzione del 1948. Imporre il “titolo”, e farlo su un “atto pubblico”, è quanto meno singolare.

Ora il sindaco di Vetralla, Sandrino Aquilani,  dichiara che la via è via della Contessa e basta. L’impressione è quella di un passo indietro (altrimenti sarebbe stato opportuno segnalarlo anche sui numeri civici).

Un passo indietro tuttavia benvenuto, considerando anche che il cartello della via deve essere ancora messo e sarà quello a far testo per chiunque dovesse consegnare delle comunicazioni ovvero spedirle indicando i propri recapiti. Situazione invariata, invece, per le attività imprenditoriali che dovessero essere presenti lungo la via che dovranno comunque cambiare alcune specifiche delle pubblicità e altri aspetti.

Detto questo, quando si decide di intitolare una strada ad una persona, fermo restando che ciascun comune ha il suo regolamento, di solito si tiene conto del suo impegno per il bene comune.

Un impegno – che non si può certamente ridurre al fatto di andare a fare la spesa al paese riservando una buona parola a chi si incontra – che si vuole trasmettere a mo’ d’esempio alle generazioni future. Il nome di una via rispecchia infatti un sistema di valori che si vuole tramandare a partire anche e soprattutto dai principi costituzionali che di solito ne delineano il quadro di riferimento.

Da quel che è dato sapere, è invece difficile capire quali siano stati i meriti “storici” della signora nei riguardi del posto dove ha deciso di restare a vivere, a parte il suo essere una donna gentile e molto intelligente con cui fare piacevoli chiacchierate.

Qualità che tanti altri abitanti di Tre Croci hanno avuto, senza mai vedersi dedicare una via o un vicolo qualsiasi. A meno che l’attenzione dell’amministrazione vetrallese non si sia concentrata solo su quel “titolo nobiliare” che lo Stato italiano non riconosce più da 67 anni. Dubbio che può essere fugato solo evidenziando pubblicamente le ragioni – “storiche” e di concreto impatto sociale e non di aderenza a velleità di natura individuale – che hanno determinato la scelta.

Altrimenti il dubbio resta, richiamando alla memoria quella solita vecchia storia di notabili e notabilato locale calata dall’alto sulle teste di una cultura che è e resta orgogliosamente contadina.

E meno male che la farmacia è stata aperta (e poi chiusa) da poco, altrimenti – dopo il prete e la contessa – c’era da aspettarsi il farmacista, con tutto il rispetto per chi ci lavora o ha lavorato decisamente più “benemerito”, quantomeno per l’assistenza che ogni giorno ha dato. Storia di notabilati locali cui, fra l’altro, la signora Galiana era totalmente estranea.

Sarebbe stata meglio una via dedicata a Tito Arcangeli o Franco Bonifazi (fondatori dell’associazione Sassogrosso che negli anni si è battuta per ottenere e garantire servizi importanti per il paese), a Eros Bolzoni (che finanziò i lavori per il campo sportivo), al Zi’ Pallino (protagonista di feste che hanno valorizzato e promosso l’intero territorio), a Nerio Calevi (titolare del bar di Tre Croci che ha cresciuto – in meglio – più di una generazione di ragazze e ragazzi evitando talvolta che prendessero strade poco consone alla loro età e al rispetto del codice penale), ad una delle tante levatrici che, in situazioni molto difficili, hanno contribuito a far nascere molti bambini, al Burano (uno dei tanti poeti a braccio) ovvero a giovani morti tragicamente provocando un dolore profondissimo.

Penso a Gianmaria, a Fabrizio Delle Monache, a Livio Moscatelli, a Giuseppe Serafini, a Carlo Bernini, a Luciano Porta e tanti altri. E sono solo alcuni spunti, decisamente più appropriati alla storia di Tre Croci. Una storia di contadini senza alcun “don” o titolo nobiliare da sfoggiare, ma solo volti segnati, schiene piegate e mani rovinate dall’acqua e dalla calce.

Storia di lavoratori, uomini e donne che con enormi sacrifici hanno affrontato tragedie, guerra e fame crescendo i propri figli con l’intenzione di liberarli dalla fatica e dalle vicissitudini della sopravvivenza quotidiana evitandogli tutto quello che loro sono stati costretti a passare. Persone che, al tempo stesso, hanno contribuito alla vita della paese in modo decisivo. Molti degli abitanti di Tre Croci, se sono come sono, lo devono a loro e al loro esempio, non – con tutto il rispetto – alla contessa.

È stata persa un’occasione per dare ben altra prova. E la legittima “incazzatura” dei trecrociari non è nient’altro che la rivendicazione di un’identità più profonda e nobile di quanto si possa credere. Quell’“anima contadina” che solo nei “vini e negli oli” trova i propri ori.

Daniele Camilli


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