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Siamo in guerra è vero, ma non con tutti

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Parigi - Raffica di attacchi terroristici islamici - Le immagini scattate fuori dal ristorante

Parigi – Raffica di attacchi terroristici islamici – Le immagini scattate fuori dal ristorante 

Parigi sotto assedio - Le immagini scattate fuori dal ristorante

Parigi sotto assedio – Le immagini scattate fuori dal ristorante 

Parigi sotto assedio - Le immagini scattate fuori dal ristorante

Parigi sotto assedio – Le immagini scattate fuori dal ristorante 

Parigi - Raffica di attacchi terroristici islamici

Parigi – Raffica di attacchi terroristici islamici 

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo –  Non posso condividere ciò che scrive Raffaello Federighi a proposito della religione islamica.

Mi ricorda molto quel detto, che qualcuno ha attribuito al generale Custer, che l’unico pellerossa buono è il pellerossa morto. Insomma, gli islamici sono tutti assassini potenziali e vanno distrutti. In realtà neanche per la loro l’unico cristiano buono è il cristiano morto… Ma per parlare di Islam, occorrerebbe conoscerlo meglio, saperne la storia, i referenti etici, le suddivisioni teologiche e geopolitiche, i reali rapporti con le altre “religioni del Libro”, l’attuale realtà sociologica di una religione sparsa in tutto il globo tra due miliardi di persone molto diverse fra loro. Per inciso, a Teheran ci sono chiese cristiane funzionanti.

Con tutto ciò, non bisogna sottovalutare la situazione di oggi.

Alla fine degli anni ’80 del secolo appena trascorso ancora si pensava che l’umanità avesse raggiunto un sostanziale stato di pace, interrotto soltanto da guerricciole locali che lo smisurato etnocentrismo della cultura occidentale non poteva che considerare trascurabili.

La globalizzazione di fatto consegnava alle grandi potenze economiche il controllo dei mercati e forniva ad esse il ruolo di promotrici del benessere, perché per espandere i propri profitti dovevano contare su un popolo di consumatori, cioè di gente con un certa capacità di acquisto, sempre più ampio.

Ma, tanto per citare la polemica di Max Weber nei confronti di Marx, la vita umana non è fatta soltanto di economia, è fatta anche di culture, di ideali, di ideologie, di religioni. E mentre il mondo sembrava configurarsi sempre più come un enorme mercato, e gli economisti se la godevano discutendo delle sue dinamiche e dei suoi limiti, stava accadendo altro, che poco aveva a che fare con l’economia.

Gli economisti e i politologi di ispirazione economica hanno sempre pensato che, se rimpinzi un popolo di beni, quel popolo non sarà più aggressivo e rivoluzionario, troppo preso a consumare e a spassarsela. Questa idea non serpeggia solo nella filosofia capitalista, la si ritrova anche nel pensiero marxista, secondo il quale risolto il problema dello sfruttamento del proletariato, la strada diventa in discesa. Così, lo stesso “politicamente corretto” diventa una sorta di ideologia al servizio di un progetto economico e geopolitico.

Ma in Medio Oriente le potenze occidentali hanno fatto male i conti; immaginando che la libertà potesse trasformare gli arabi in un popolo di liberi consumatori, hanno abbattuto i tiranni senza rendersi conto che avevano fatto la festa ai propri cani da guardia che sì, abbaiavano e qualche volta mordevano a sproposito, ma tenevano sotto controllo il giardino.

Così, i politologi e gli economisti occidentali, convinti che tutti i meccanismi storico-sociali possano ricondursi alle strutture economiche, hanno applicato le loro semplicistiche equazioni, e hanno sbattuto il muso contro le “sovrastrutture”, che evidentemente – come aveva intuito proprio Weber – hanno un passo diverso.

Le sovrastrutture. Cioè le religioni, le abitudini, le credenze, i valori, che Marx, ma anche gli economisti liberisti, credevano dipendenti dall’economia. E’ con questi paraocchi che si è andati alla conquista del mondo musulmano, e con il corredo di un etnocentrismo colonialista mai abbastanza sopito. Occorre rendersi conto dell’immensa miopia politica e della occhiuta tracotanza di Francia e Gran Bretagna, all’indomani del crollo dell’impero ottomano, che hanno creato mostruosità territoriali e culturali in quella regione; e occorre dire senza mezzi termini che gioca a sfavore anche l’irrisolto problema palestinese, che non è solo un problema di povertà, ma anche di orgoglio culturale.

Nei confronti dell’Islam qualcuno ha sentenziato: dategli la ricchezza, e ogni problema scomparirà; dategli laicità e ogni differenza scomparirà (questo, fra l’altro l’errore di prospettiva di Charlie Hebdo). Ma non è così. L’Arabia Saudita sta a dimostrare che puoi essere ricco quanto ti pare, ma le donne lì non possono mettersi al volante di un automobile. Segnali che andavano interpretati e che invece sono stati trascurati dalla tracotanza di sentirsi migliori.

Ed ecco la distorsione interpretativa del mondo occidentale: si giustifica la formazione jihadista di certi cittadini francesi con il loro vissuto nelle banlieues. Sociologismo d’accatto, perché nessuno si è chiesto se non fosse il contrario, cioè se i jihadisti non si volessero nascondere in un’area marginale dove era più facile trovare rifugio e sostegno. Perché è vero che le periferie producono devianza, ma questo accade nel mondo occidentale e significa soprattutto che è lì che si forma la microcriminalità, ed è lì che nasce anche il movimentismo politico antagonista. Che la periferia produca antagonismo religioso, stento a crederlo: la “nostra” Fatima non nasce in uno stato di degrado urbano, e il Salah bombarolo viveva in una graziosa villetta.

La pace occidentale è stata distrutta l’11 settembre 2001, e poi a Londra, a Madrid, oggi – e per due volte – a Parigi. Domani chissà. E’ vero, siamo nella “terza guerra mondiale”; ma è una guerra del XXI secolo, senza trincee e senza battaglie campali, una “guerra a pezzi” (direi a macchia di leopardo, persino le conquste dell’Isis lo sono), come ha detto correttamente papa Francesco, una guerra che forse non siamo abituati a combattere.

Perché è una guerra che trova fondamento nella diversità culturale. Che comporta una diversa concezione della pace, della libertà, soprattutto della persona. Vogliamo ricordare che la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo non è stata sottoscritta, o non per intero, da certi regimi totalitari e soprattutto da certi paesi di ispirazione islamica? Può non piacere, un regime teocratico e misoneista, ma questo è quanto.

E se ci aggiungiamo le stesse contraddizioni dell’Islam, diviso dalla lotta interna tra sciiti e sunniti, dalla differenziazione tra conservatori e moderati (attenzione, moderati: l’islam progressista per ora è una contraddizione in termini), tra europei, nordafricani, mediorientali e orientali, è chiaro che è sulle variabili culturali, religiose che occorre concentrarsi.

Il nostro è un mondo relativista, laico con insopprimibili tendenze al laicismo; per noi che si faccia una guerra di religione è impensabile. Sarà opportuno che la prospettiva venga ampliata, che si impari a leggere il comportamento religioso con altre categorie interpretative, che non si consideri una mera sovrastruttura storica della lotta di classe. Così si comprenderà perché esista un Islam che magari non imbraccia il mitra, ma assiste con malcelata soddisfazione alle disgrazie dei miscredenti occidentali; che non emette alcuna fatwa contro chi spara in nome di Allah, ma si affretta a farlo verso chi mette alla berlina alcune contraddizioni dell’islamismo; che non ammette libertà di religione a casa propria, ma la reclama in casa altrui. Tuttavia lo Jihad (lo, non la) è un impegno per il credente, ma non è necessariamente una guerra; l’apostolato cristiano, nella loro alle eresie medioevali e nella mente dei conquistadores, tollerava anch’esso la guerra.

La religione è un fatto culturale che per modificarsi ha bisogno di tempo, di tanto tempo. Il cristianesimo ci ha messo un millennio e mezzo, nel frattempo dilaniandosi e abbandonandosi ad atrocità indicibili. Ma oggi è una vera religione di pace. Lo sarà anche l’Islam, probabilmente, ma occorre dargli tempo. Certo, nel frattempo in esso nascono più facilmente i germi di una nuova guerra, di un jihad bellico; che trova le cause in Medio Oriente, ma si apre un fronte anche nel mondo occidentale. Perché la guerra di religione il fronte non ce l’ha solo sul terreno, ce l’ha negli animi, nei valori, nelle abitudini, molto più difficili da scalzare, da sconfiggere, rispetto ad una colonna di soldati o ad un nido di mitragliatrici.

La verità è che di fronte a fenomeni così vasti e complessi occorre avere la consapevolezza personale dei propri limiti conoscitivi, occorre saper controllare gli animi e gli istinti, occorre studiare, leggere, valutare, riflettere, saper vedere più in fondo (questo è uno dei significati del termine “intelligenza”). E, per inciso, la religione cattolica non prevede che sia vissuta in modo intimistico, ma come “dono” e “disponibilità” (già: come “misericordia, nel vero senso del termine) verso gli altri. E’ nelle confessioni protestanti che si trova una religione vissuta come privata.

Siamo in guerra è vero, ma non con tutti; altrimenti prima o poi ci rallegreremo che un bambino di tre anni sia affogato nel mare della Grecia, perché magari così è un jiahdista mancato, mentre era proprio lui a fuggire la furia jihadista.

Francesco Mattioli


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