Viterbo – (s.m.) – Finanziamenti alla politica.
Soldi sborsati su richiesta da imprenditori poi finiti nel calderone dell’inchiesta Asl. Tommaso Rossi, ex titolare della Italbyte, è uno di loro.
Anni fa patteggiò per scrollarsi di dosso le accuse di corruzione e turbativa d’asta e il coinvolgimento in un processo ingombrante: il processo Asl. La più grande vicenda giudiziaria per reati contro la pubblica amministrazione che il tribunale di Viterbo ricordi, con 29 imputati in attesa di giudizio.
Ieri, Rossi è venuto in aula da testimone. Come il collega Alfredo Moscaroli, tuttora imputato ed ex patron dell’altra azienda informatica Isa, ha sciorinato il racconto delle tangenti pagate a Ferdinando Selvaggini, alla direzione del Centro elaborazione dati della Asl di Viterbo dal 2003 fino al doppio arresto nel 2009.
Aloisio viene nominato direttore generale della Asl da Marrazzo nel 2005: Selvaggini, secondo il racconto di Rossi, intascava tangenti già da due anni all’epoca. Prima sotto forma di incarichi alla moglie dalla Italbyte, per un totale di 20mila 800 euro, poi in denaro sonante: 2mila euro al mese per un anno e mezzo.
“Selvaggini era un promotore della nostra attività – ha dichiarato Rossi -. Lui chiedeva e noi dovevamo sottostare, perché temevamo problemi sul lavoro se ci fossimo rifiutati”. Rossi ricorda un episodio di minacce esplicite di perdere commesse dall’azienda sanitaria: “A qualcuno che aveva osato dirgli che quell’anno non poteva dargli nulla, Selvaggini rispose: ‘Allora non vuoi più lavorare con la Asl'”.
Rossi fa il nome di Aloisio in relazione a vecchie elezioni amministrative a Viterbo: “Mi chiese se potevo garantire alla moglie almeno una decina di voti; io dissi sì, ma era una mezza bugia: concorreva anche un mio caro amico”.
Richieste di opere di beneficenza arrivarono da Selvaggini: “Comprammo una ventina di libri per 1000 euro per una donazione all’Unicef. La moglie di Aloisio venne e ci fece una ricevuta”. E poi i finanziamenti politici: “Selvaggini mi chiese se potevo finanziare il Pd, dicendomi che mi avrebbe contattato il ragioniere del partito. Ho dato dei soldi, ma non ricordo quanto”.
Su questo punto Aloisio esce pulito dall’udienza di ieri. Rossi ricorda di avergli parlato solo qualche volta. Una fu per i voti alla moglie, ma Aloisio non gli avrebbe fatto mai parola di soldi per il partito.
Nell’avviso di conclusione della maxi inchiesta, i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci parlavano a più riprese di “doni consistiti per Selvaggini nel riconoscimento di utilità e remunerazioni” e “per Aloisio in appoggi elettorali e in finanziamenti al partito di riferimento dell’Aloisio”. Ad Aloisio, tra i mille capi di imputazione della maxi inchiesta, è contestata la corruzione relativamente ad assunzioni di personale a lui gradito. Presunta tangente: il ritorno in termini di “consenso politico – anche in relazione all’attività politica della moglie – e di prestigio personale”.
I magistrati titolari dell’inchiesta Asl puntavano sicuramente più in alto di Selvaggini, nello scoperchiare il sistema delle tangenti. Il senso di una delle tante domande della pubblica a accusa a Rossi era chiaro: “Per chi parlava Selvaggini, quando chiedeva di finanziare il Pd?”. “Non lo so… intuitivamente…”, ma la risposta dell’imprenditore resta sospesa. E un’intuizione non è una prova.
A dicembre, parola agli ultimi testimoni dell’accusa. Dopodiché, se vorranno, parleranno gli imputati.

