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“La tessera della Margherita? Non ce l’avevo nemmeno io…”

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Mauro Paoloni

Mauro Paoloni

La cittadella della salute, sede della Asl

La cittadella della salute, sede della Asl 

Viterbo – Due cartelline voluminose con dentro tutta la sua verità.
Mauro Paoloni risponde per tre ore in aula alle domande di pm e avvocati.

Da anni lo accusano di corruzione, abuso d’ufficio e varie turbative d’asta nel maxiprocesso Asl. Lui, ieri, parlando per la prima volta in udienza pubblica, ha replicato spedito. Con l’autorevolezza del professore universitario, temperata da una buona dose di umiltà: “Il mio punto di vista di imputato, forse, vale meno di quello dei testimoni, ma molte cose non sono andate com’è stato detto in quest’aula”. 

Paoloni, ordinario di economia aziendale dagli anni Novanta all’università di Roma3, parla dello stuolo di dirigenti venuti a deporre come testimoni dell’accusa contro lui e Giuseppe Aloisio, ex direttore generale della Asl. Al maxiprocesso viterbese sono difesi entrambi dall’avvocato Alessandro Diddi. I dirigenti della Asl hanno parlato fino a oggi di “tandem Aloisio-Paoloni”, “vita impossibile per chi gli si metteva contro”, “imposizioni” e “intimidazioni più o meno velate”.

Lui racconta di aver avuto pochi rapporti con i dirigenti. Pochi ma ottimi. “Mi chiamavano ‘l’uomo nero’ non solo per il colore dei miei vestiti, ma anche perché ero schivo e riservato”.


I rapporti con i dirigenti 

I dirigenti li smentisce uno a uno. “Avrei proposto a Giovanni Gorgoni di fare la tessera della Margherita per diventare direttore amministrativo? Ma se non ce l’ho nemmeno io la tessera della Margherita…”. Poi Eleonora Di Giulio, che subentrò a Gorgoni all’ufficio Bilancio. “La cosa che più mi ha offeso è sentir dire da lei che insistevo per farmi pagare le fatture per primo, quando c’erano organi e tempistiche non bypassabili – continua Paoloni -. E’ venuta a dire che avrei minacciato di rovinarle la carriera: è dirigente Inps adesso. Come avrei potuto rovinarla, non lo so. Il mio interesse era collaborare col direttore generale, non occuparmi delle paturnie della Di Giulio”. E infine, il dirigente dell’unità immobili e tecnologia Fabio Micio: “Fu segnalato dall’autorità di vigilanza per una serie di irregolarità sui lavori infiniti all’ospedale Belcolle. Il direttore generale fece un esposto, ma l’indagine finì in archivio per prescrizione. Micio aveva un atteggiamento ostile. Rifiutava incarichi salvo poi lamentarsi se li prendevano altri. Non portava alla direzione le relazioni chieste sull’ospedale. Si lamentava di essere stato trasferito e depotenziato, quando svolgeva un’attività di primo livello. Del resto gli spostamenti erano fisiologici. Dopo il procedimento disciplinare a suo carico partì la sua pletora di denunce”. Le stesse che hanno dato avvio all’inchiesta Asl.


“Consulenza costosa? Non fui il primo”

Paoloni parla anche di Aloisio e di come non gli pesasse spostarsi o sacrificarsi. “Rinunciò al suo ufficio che era come una reggia, accanto al palazzo dei Papi, per andare in una stanzetta in viale Trento vicino ai suoi collaboratori”. L’accentramento degli uffici della Asl nella Cittadella della Salute è un altro capitolo (prescritto) dell’inchiesta: 24 milioni di euro per l’immobile della società Centro Diaz srl. Importo superiore al valore reale, secondo i magistrati. E il capitolo Cittadella fu tra i tanti finiti davanti alla Corte dei conti e archiviati. “Hanno archiviato tutto quello che mi riguardava, comprese le indagini sui costi del mio incarico di consulente alla Asl”. 160mila euro all’anno. Ma Paoloni non fu il primo. E sciorina una lunga lista di consulenti della Asl costati intorno ai 200mila euro l’uno, negli anni prima di lui e dell’era Aloisio.


“Nessun conflitto di interessi”

Il suo operato lo difende a spada tratta dalle accuse di corruzione. Per i pm, scambi alla pari: appalti della Asl alle società Abbott e Ati Lavin e incarichi a Paoloni per decine di migliaia di euro. Oppure i laboratori artistici per disabili Aureart in cambio di un lavoro alla moglie. Ma Paoloni risponde: “Non vedevo incompatibilità, né conflitti di interessi: c’era una pluralità di organi deputati al controllo e nessuno ebbe nulla da dire. La Lavin, in particolare, è un’azienda internazionale che fattura 260 milioni di euro. Era un incarico prestigioso per il mio curriculum, affidatomi da persone che non c’entravano niente con l’appalto della Asl. Io stesso non avevo voce in capitolo negli appalti”.


“Una bomba nucleare sulla Asl”

Da consulente strategico si dimette nel 2009. Un anno dopo lo “scoppio di una bomba nucleare”, come la chiama lui. “Sono stato vittima delle ‘giornalate’ quotidiane di Paolo Gianlorenzo sul suo ‘Nuovo Viterbo Oggi’ (chiuso da anni, ndr). All’epoca avevo una famiglia. Fu pesante per me e per tutta la Asl: per due anni e mezzo siamo stati vessati da un giornalista pluricondannato per diffamazione che pubblicava atti aziendali ancor prima che uscissero. Il clima non era più sereno. Dal 2013 non ho mai più ricoperto incarichi pubblici”.


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