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Processo Asl - Le testimonianze di quattro ex figure professionali dell'azienda sanitaria viterbese tra dirigenti e dipendenti amministrativi

“Vita impossibile a chi ostacolava Aloisio e Paoloni”

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Aloisio in procura

Giuseppe Maria Aloisio

Mauro Paoloni

Mauro Paoloni

Il maxiprocesso Asl

Il maxiprocesso Asl 

Viterbo – (f.b.) – “Una gestione ‘personale’ della Asl da parte del direttore generale Aloisio”. “Un clima di imposizione di tutto ciò che lui e Paoloni decidevano”. “E per chi si opponeva una vita impossibile fatta di aspre critiche e intimidazioni più o meno velate”.

E’ quanto hanno raccontato ai giudici del maxiprocesso Asl quattro ex figure professionali dell’azienda sanitaria di Viterbo, tra dirigenti e dipendenti amministrativi, ripercorrendo una serie di episodi vissuti sulla propria pelle nel corso della gestione Aloisio.

Alla sbarra i vertici della Asl e una serie di imprenditori accusati a vario titolo di presunti appalti truccati e clientelismi.

Un’udienza di poco più di un paio d’ore in cui hanno testimoniato Aldo Bedini, ex responsabile delle risorse umane, Eleonora Di Giulio ex dirigente dei settori affari generali e bilancio, Claudio Ubertini, ex presidente del collegio sindacale e Fabio Micio, ex dirigente tecnico.

A tutti è stato chiesto di focalizzarsi soltanto sul modo in cui Giuseppe Aloisio gestiva la Asl viterbese e che ruolo avesse in tutto ciò Mauro Paoloni.

“Appena iniziata la dirigenza Aloisio – ricorda Bedini – io avevo dei buoni rapporti con lui. Ma il clima si scaldò presto e cambiò drasticamente”. “Se mi opponevo per qualche ragione alle decisioni di Aloisio o, meglio, a ciò che Paoloni consigliava lui di decidere – continua – allora nascevano i contrasti. E anche duri. Tutto ciò non era mai successo con i dirigenti passati per i quali, invece, la gran parte delle scelte strutturali erano collegiali”.

I casi specifici sono diversi. Tra questi la sostituzione di Gorgoni con Eleonora Di Giulio al Bilancio. “Io non ero d’accordo – prosegue Bedini – perché Gorgoni era un funzionario preparato e spostarlo significava sacrificarlo a un ruolo marginale. La Di Giulio però fu messa comunque al suo posto, credo proprio su consiglio di Paoloni”.

Un ruolo, quello di Eleonora Di Giulio, che però ben presto divenne difficile da mantenere anche per lei.

“Venni cercata e chiamata per quell’incarico da Paoloni che conoscevo dai tempi dell’università – ha raccontato la diretta interessata -. All’inizio andava tutto bene, ma poi fui invitata, praticamente con la forza, ad andare d’accordo in tutto e per tutto con lui. Cosa che invece io non volevo fare perché quel posto me lo ero guadagnato grazie alla mia professionalità e volevo svolgerlo come si deve, in libertà”.

La Di Giulio non aveva alcuna intenzione di “piegarsi” alle imposizioni di Paoloni, al punto da innervosirlo non poco.

“Diventò molto aggressivo nei miei confronti – prosegue -. In più occasioni si rivolse in modo molto aggressivo, vantando le sue conoscenze, politiche e non, dicendomi che se non facevo come diceva lui non avrei più lavorato in campo amministrativo. Me lo disse anche in presenza di Aloisio creando alla fine un clima insostenibile che mi spinse a dimettermi prima della fine del mio contratto e che, in seguito, mi costò anche una cura di psicofarmaci”.

Tra i vari contrasti quotidiani, tre in particolare furono la goccia che fece traboccare il vaso.

“Intanto c’era la continua ingerenza di Paoloni dal punto di vista dei pagamenti – ricorda la Di Giulio -. Perché lui voleva sempre esser pagato per primo, pur sapendo che la Asl era indietro con molti fornitori e consulenti di vario genere. Poi ci fu un battibecco su una fattura postdatata di alcuni giorni, che per altro era proprio a suo favore, alla quale io mi opposi. Infine il concorso per trasformare un contratto da tempo determinato a indeterminato: io ero la presidente di commissione e Aloisio mi disse chiaramente chi dovevo far vincere. Ma mi rifiutai e vinse qualcun altro”.

Da quel giorno l’aria fu davvero irrespirabile per Eleonora Di Giulio. “Decisi che me ne sarei andata prima dello scadere del contratto – conclude nella sua testimonianza ai giudici – anche perché ricevetti una telefonata da Paoloni che ancora ricordo molto bene: ‘Sei come il cane che non riconosce il padrone, una donnetta da niente, te la farò pagare’. Eravamo nel novembre del 2007. Ad aprile del 2008 me ne andai”.

Tra i “dissidenti” figura anche Fabio Micio, all’epoca dirigente tecnico della Asl. Nei suoi confronti vennero iniziate ben due pratiche di licenziamento, entrambe andate in fumo perché bloccate dal comitato regionale.

“Quando Aloisio mi disse che voleva licenziare Micio – racconta ancora Bedini, delle risorse umane – gli spiegai che non ero d’accordo, ma lui andò avanti lo stesso tranne poi ovviamente essere bloccato dalla regione che non glielo permise. Nel frattempo, comunque, la mia ostilità nei confronti della dirigenza venne addirittura etichettata come una sorta di ‘corrente’. In pratica chi parlava con me era un ‘bediniano’ e appena andai in pensione si tentò una sorta di ‘sbedinizzazione’ della Asl”.

Fabio Micio pagò a caro prezzo la tensione che si respirava. “Per estromettermi venne prima creata una figura nella sostanza identica alla mia – spiega l’allora dirigente tecnico – e tutto il mio lavoro fu trasferito nelle mani di questa persona. Io non avevo più né telefono, né scrivania, né staff. Dopo una furiosa discussione ebbi un infarto e rimasi nove mesi in malattia. Al mio ritorno provarono a licenziarmi due volte, senza riuscirci. Anche se le minacce, velate o meno, erano continue”.

A pagare il conto per non essere del tutto allineato con Aloisio e Paoloni sarebbe stato anche Claudio Ubertini, presidente del collegio sindacale fino al 2008.

“Il clima non era per nulla di mio gradimento – spiega Ubertini -. Lo spirito collaborativo che c’era con le precedenti dirigenze si trasformò in critiche e problemi con Aloisio. Uno dei dissidi che ricordo meglio fu quello per l’assunzione di Grandis che secondo il collegio dei revisori non aveva i giusti requisiti per lavorare in ambito sanitario. Eppure fu inserito lo stesso perché Paoloni lo pretese in cambio della concessione di una cattedra ad Aloisio”.

Chi non andava a genio a Giuseppe Aloisio e a Mauro Paoloni, insomma, pare fosse messo all’angolo. Resta da capire perché contasse così tanto la figura di quest’ultimo, che figurava come consulente esterno del direttore generale.

“Io per esempio ero contrario alla consulenza di Paoloni – dice Bedini -. Costava 160mila euro l’anno e non mi pare producesse chissà quali vantaggi”.

Dello stesso parere anche Ubertini.

“Erano partiti con un contratto triennale al quale il collegio sindacale si oppose – ricorda -. La durata venne ridotta a un solo anno, ma poi fu comunque fu rinnovato varie volte. Formalmente risultava esserci un’équipe che collaborava con Paoloni, ma queste persone non si videro mai alla Asl e il compenso lo fatturava tutto solo lui. Quanto al lavoro svolto, furono redatte delle relazioni dalle quali apparivano gradi risultati, ma secondo noi nulla giustificava quella cifra così alta”.


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17 aprile, 2015

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