Viterbo – Ore a difendersi in aula, ma il gup non ha fatto sconti.
Il processo “Toro loco” ci sarà: dei 29 indagati, andranno alla sbarra in 24 a novembre. Tra prescritti e patteggiati, solo in cinque si sono scrollati di dosso la pesante inchiesta su una lunga serie di violenze, minacce e tentate estorsioni tra il 2008 e il 2009.
Botte in discoteca e fuori. Macchine incendiate per ritorsione. Gomme bucate. E perfino spari contro l’insegna di una casa di cura. Scene da Bronx, in un fascicolo spezzato in due filoni: da un lato, i buttafuori dalla mano pesante che la procura identifica in Mauro Laudi, Enzo Frattali, Giovanni Micozzi e Daniele Rapiti; dall’altro, i presunti ‘regolatori di conti’, i fratelli Gavino, Salvatore, Giovanni e Giuseppe Medde, chiamati per recuperare crediti o far ritirare denunce. Sempre con le maniere forti, secondo il pm Massimiliano Siddi, che contesta a entrambi i gruppi l’associazione a delinquere e una sfilza di altri reati.
Accuse sulle quali c’è molto da discutere per le difese. E, ieri mattina, hanno cercato di smontare pezzo per pezzo il quadro prospettato dagli inquirenti. Contro i buttafuori, i certificati medici dei tanti passati dalla discoteca al pronto soccorso: “In molti casi non c’è prova che siano stati i miei assistiti a infliggere quelle lesioni – spiega l’avvocato Giuliano Migliorati -. Non c’è un riconoscimento preciso da parte delle persone offese. Ci sono denunce contro ignoti e c’è la circostanza che i miei assistiti risultavano in servizio la notte in cui chi ha sporto denuncia è andato al pronto soccorso. ma questo non basta”.
L’associazione a delinquere per i fratelli Medde, stando al capo d’imputazione, sarebbe stata finalizzata a una serie di reati: dalle estorsioni allo spaccio di droga. Quest’ultima è la parte più incredibile, per la difesa dei quattro fratelli di origine sarda, da oltre vent’anni a Ronciglione: “Lo spaccio non è proprio nella loro cultura –, ha dichiarato in aula l’avvocato Marco Russo -. Negli anni, i fratelli Medde si sono trovati a rispondere di altri reati. Mai di spaccio”. Gli ultimi, in ordine di tempo, risalgono all’operazione “Mamuthones”, del novembre 2013: furti notturni in casolari di campagna da decine di migliaia di euro a notte. C’erano i Medde e c’era un altro indagato di “Toro loco”, Mario Tatti: hanno patteggiato.
I due blitz, per la difesa, non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. E l’avvocato Russo insiste: “L’associazione a delinquere non c’è. Non ci sono elementi di riscontro. Semmai, elementi contrari”. Per due volte la più grave delle accuse contestate è stata stroncata: “Prima dal gip Silvia Mattei, durante le indagini e all’atto delle richieste di arresto, poi dal tribunale del Riesame – prosegue la difesa dei Medde -. I miei assistiti furono arrestati e liberati dopo pochi giorni: l’accusa era fragile. Basta sulle dichiarazioni di un altro indagato, Ivan Massari, che, sottoposto a perizia psichiatrica, non è risultato totalmente attendibile. Ai carabinieri parlò di carichi di cocaina da due chili: nell’operazione ‘Toro loco’ non è stato sequestrato neanche un grammo di stupefacenti”. Massari, “il grande accusatore”, ha patteggiato un anno e dieci mesi. Per tutti gli altri, finiti nel registro degli indagati dopo le sue rivelazioni e rinviati a giudizio, l’udienza è a novembre.



