Viterbo – Non arretrano di un passo gli imputati del maxiprocesso Asl.
Ieri, parola ad Andrea Bianchini e Giampaolo Marzetti. Uno ex dirigente dell’E-Procurement della asl di Viterbo, l’unità che curava gli appalti. L’altro ideatore di “Aureart”: laboratori artistici per disabili.
Ognuno ha difeso le sue scelte all’udienza per l’appaltopoli sanitaria con 29 imputati: un’ora a testa davanti ai giudici. Bianchini non ci sta a fare lo ‘schiavetto’ dell’ex direttore generale della asl Giuseppe Aloisio. Ai pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, che insistono su chi aveva deciso l’iter dell’appalto per sterilizzare i ferri chirurgici, Bianchini risponde che non c’erano ordini dall’alto: “Abbiamo deciso insieme, anche con i medici. Non siamo infallibili, ma conosciamo la materia”.
Il dirigente rimarca la sua preparazione: cita il codice degli appalti, sentenze amministrative, i pareri legali chiesti di volta in volta dalla asl. Ce n’è uno anche sulla sterilizzazione dei ferri chirurgici, appalto andato a Lavin Spa: si può affidare il servizio a procedura negoziata, chiedeva la asl? Sì, rispondeva uno studio di avvocati. E così fu.
Prima gara annullata. Seconda non aggiudicata per il prezzo fuori mercato (3 milioni di euro: troppo pochi perché qualunque azienda potesse guadagnarci e, quindi, avventurarsi nel presentare un’offerta). Al terzo tentativo l’appalto va a Lavin: 3,9 milioni di euro all’anno per cinque anni. “Un buon progetto” per Bianchini, che sottolinea il risultato: “La prima offerta da Lavin era 4,5 milioni. Alla fine abbiamo risparmiato”. Bianchini risponde solo di turbativa d’asta. Ma in quell’appalto i pm vedono anche la corruzione da quando il braccio destro di Aloisio, Mauro Paoloni, inizia a sedere nel cda di Lavin. “Nessun conflitto d’interesse”, ha sostenuto l’ex consulente strategico, interrogato per tre ore alle scorse udienze.
Corruzione sarebbe anche lo ‘scambio ‘ – o almeno così lo interpreta l’accusa – all’origine di “Aureart”: ai fratelli Marzetti i finanziamenti asl per far partire i laboratori; a Paoloni un lavoro per la moglie, assunta a titolo di maestra d’arte e presidente dell’associazione. Marzetti nega: “La moglie di Paoloni venne per caso al negozio di cornici di mio fratello. Il nostro progetto di arteterapia le piaceva e volle collaborare. Vi si dedicava anima e corpo: andava anche a prendere i ragazzi per portarli al laboratorio”.
I pm apprezzano l’impegno, ma non credono al caso: “Che Paoloni fosse un pezzo grosso in asl l’abbiamo saputo dopo – ribatte Marzetti -. Da noi, la moglie prendeva 2mila euro al mese: non credo ne avesse bisogno e, del resto, noi non abbiamo avuto agevolazioni”. La scuola durò due anni e costò 325mila euro (alla asl). Poi chiuse i battenti. “Per i genitori dei giovani disabili fu un dispiacere – aggiunge Marzetti -. Andammo a parlare con Aloisio, ma ci disse che non c’erano più fondi e che non poteva fare niente”.
Da un lato la casualità nel coinvolgere proprio la moglie di Paoloni; la contabilità dei laboratori tenuta dal cognato; la cena a parlare di “Aureart” con l’ex consulente strategico; il progetto approvato prima che si costituisse l’associazione. Dall’altro, l’effettivo impegno della moglie di Paoloni, sempre presente ai laboratori; l’esperienza dei Marzetti nel ramo e il precedente percorso di arteterapia, sperimentato a Villa Serena; le finalità sanitarie del progetto in linea con la asl; le perdite economiche e tutto il resto. “Aspettiamo ancora 16mila euro per finire di pagare gli stipendi. Dopo l’inchiesta io non volevo più uscire di casa. Mio fratello ha dovuto lasciare il lavoro: ora sta in campagna. A conti fatti, ci abbiamo rimesso”.

