Viterbo – “Il lavoro mi ha salvato. Non sarei durato un secondo qui dentro, se non avessi potuto lavorare”. Paolo Esposito racconta il carcere agli studenti del quarto anno di Giurisprudenza. Per molti era la prima volta dentro il ventre di un penitenziario, faccia a faccia con chi ha davanti la sola prospettiva del fine pena mai.
Il 6 aprile una decina di ragazzi ha visitato la prigione di Mammagialla. Li ha accompagnati la professoressa del corso di procedura penale dell’Università della Tuscia. Una possibilità che l’ateneo offre da due anni ai suoi studenti, aspiranti avvocati e magistrati, nella certezza che conoscere l’esperienza del carcere sia loro d’aiuto un domani per difendere più tenacemente i loro assistiti o privare della libertà con cognizione di causa e se necessario.
Gli studenti hanno visto i laboratori di sartoria e falegnameria. Le celle vuote dell’area in ristrutturazione. Hanno incontrato la direttrice Teresa Mascolo e i responsabili della rieducazione e della contabilità. E poi, due detenuti. Uno era Paolo Esposito. L’assassino del “giallo di Gradoli”: il duplice omicidio nel 2009 di Tatiana ed Elena Ceoban, madre e figlia di 36 e 13 anni. Esposito conviveva con Tatiana, ma aveva una relazione clandestina con la sorella minore Ala. La stampa li ribattezzò “gli amanti diabolici”, per il movente passionale dell’omicidio: ammazzare madre e figlia perché d’intralcio alla loro storia. Ma anche perché Esposito non avrebbe mai permesso a Tatiana di portare via la loro unica figlia naturale, nata nel 2003 (Elena era nata da una precedente relazione di Tatiana).
Ala è tornata libera nel 2015, dopo sei anni in cella e la riforma della sentenza di primo grado: dall’ergastolo per omicidio agli atti anni per favoreggiamento. Uno sconto che Esposito non ha avuto: sulla sua responsabilità i giudici di primo grado, appello e Cassazione non hanno avuto dubbi.
“Quando uscirai di qui?”, gli hanno chiesto gli studenti. “Non uscirò – ha risposto -. Sono stato condannato all’ergastolo”. Sul perché, quindi sull’omicidio di Tatiana ed Elena e sui loro corpi mai trovati, non aggiunge una parola, ma è per loro che, da sette anni, la sua vita si svolge tra gli spazi stretti della cella e i laboratori del carcere.
Lui spiega di sentirsi un privilegiato, nei pochi minuti a disposizione per raccontare la sua vita da recluso: “Quasi tutti lavorano tre giorni alla settimana. Io sono un po’ un tuttofare. Sono a disposizione sette giorni su sette per guasti e piccoli lavori di riparazione. E sono fortunato: è questo che mi ha salvato”.
Prima delle indagini, dell’arresto, della condanna definitiva all’ergastolo confermata in tutti i gradi di giudizio, Esposito faceva l’elettricista. Continua a farlo anche adesso, tra le mura della prigione. Ma è tutto diverso.
“Il carcere ti cambia – ha detto ai ragazzi -. Non sono più lo stesso di quando sono entrato. Mammagialla è un penitenziario che funziona grazie a tutte le attività che offre ai detenuti. Se solo ci fossero più fondi a disposizione sarebbe ancora meglio”.
Stefania Moretti






