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Caro Fioroni, il Pd deve ritrovare il senso della misura…

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Giuseppe Fioroni

Giuseppe Fioroni

Viterbo – Può darsi che indovini Il fatto di Marco Travaglio a ipotizzare che, con la rifondazione dei cosiddetti cattolici democratici in veste di moderati/riformisti, Fioroni, e con lui una parte dei vescovi, voglia assicurare ai bianchi della politica un buon posto di trattativa quando si definiranno sul fronte centro sinistra i ruoli di partito o di coalizione.

Anche se così fosse, niente di nuovo rispetto alle discussioni e collocazioni nell’agone parlamentare dei cattolici da quando lo Stato italiano, nel 1861, li rese orbi della guida temporale pontificia.

Si cominciò con il non expedit che ne impediva la partecipazione alle elezioni arrivando poi alla battaglia tra i mondi del cardinale Siri e di monsignor Montini e alla vittoria di quest’ultimo, favorevole alla costituzione di un partito unico di cattolici, la Dc, rispetto ad una presenza diffusa dei credenti nelle varie formazioni politiche, naturalmente per condizionarne le scelte.

Fioroni e i suoi (a livello nazionale) sembrano inserirsi in questo filone scegliendo di avere, come cattolici democratici uniti, collocazione e ruolo in un solo schieramento, quello di centro sinistra, definendosi, per la circostanza, “moderati e riformisti”, dopo che anche secondo loro i concetti di destra e sinistra starebbero andando in archivio.

Cosa vera, questa, ma più per i politici addetti ai lavori che tra la gente – come dimostrano i 5 Stelle – perché più forte che mai è la contrapposizione tra i pochi sempre più ricchi e meno numerosi e i poveri sempre più numerosi e più poveri, se non indigenti.

Interessante è però che Fioroni, nell’illustrare il suo movimento, si avventuri in una disquisizione semantica sul significato di “moderato” e colleghi il ragionamento ai processi economici e sociali in corso che vanno sotto il nome di“globalizzazione”.

“Moderati”, seppure il termine nella radice indoeuropea “med” farebbe pensare alla “mediocritas” che per alcuni sarebbe addirittura “aurea”, dovrebbe piuttosto richiamare il “modus”, il mezzo per raggiungere, ma davvero, una soluzione tra due estremi radicali, il no assoluto al cambiamento ed il sì incondizionato alla rivoluzione.

Modus in rebus, scriveva Orazio, per dire che, nelle cose, nelle azioni, ci sono confini al di là dei quali non può essere il giusto e, nello specifico, la cosa pubblica non deve esser gestita come propria.

Scrive Fioroni che “l’esaltazione della propria capacità di conquista della maggioranza scivola nell’integralismo”, ed esso contraddice la democrazia con la conseguenza dell’egoistica soluzione elettorale che chiamano italicum.

Riusciranno i nostri moderati a far ritrovare al Pd il modus in rebus, il rispetto delle regole delle cose? Poco infatti sarebbe farsi solo riconoscere lo stantio ruolo di inascoltate – ma tollerate – Cassandre.

Intanto, sulla “globalizzazione” varrà la pena ricordare l’obiettivo che il cardinale Tettamanzi indicò anni fa ai banchieri cattolici e cioè il “recupero delle identità appannate”.

Se sul piano mondiale all’appannamento provvedono pochi padroni del vapore, in Italia e nel governo non possono dar loro una mano precari capistazione che sopravvalutino il proprio ombelico.

Renzo Trappolini


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