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Viterbo – “Mi chiedevano tangenti per ogni lavoro affidato”. Lo torna a ribadire in aula Alfredo Moscaroli, ex patron dell’azienda informatica Isa e imputato nel maxiprocesso Asl. Deve rispondere di corruzione e turbativa d’asta.
Ieri l’imprenditore è tornato a sedersi sul banco dei testimoni per il controesame del suo difensore Bruno La Rosa (lo scorso giugno si era sottoposto alle domande dei pubblici ministeri Fabrizio Tucci e Stefano D’arma). Moscaroli ha parlato per tre ore, riavvolgendo il nastro agli anni Novanta, quando iniziò la collaborazione con la Asl, che all’epoca si chiamava ancora Usl. Per l’azienda era come spiccare il volo. Un salto di qualità dai privati alla pubblica amministrazione, ma non andò come Moscaroli sperava.
In aula l’imprenditore fa i nomi di chi gli ha chiesto i soldi. “Volevano tangenti per ogni lavoro affidato”, dice al collegio dei giudici presieduto da Ettore Capizzi (al latere Giacomo Autizi e Silvia Bartollini). Dal 1996 le richieste sarebbero venute – a detta di Moscaroli – da Ferdinando Selvaggini, ex responsabile del centro elaborazione dati della Asl. “Mi disse che si era rotto i coglioni di far prendere i soldi agli altri e che la musica sarebbe cambiata – spiega Moscaroli -. Da quel momento in poi chi voleva lavorare doveva passare per lui o sul suo cadavere. Aveva iniziato a minacciare anche me: ‘Se non mi paghi non ti faccio più lavorare’, mi diceva. Avrebbe potuto manomettere un dato, far saltare tutto il sistema e dimostrare che i servizi offerti dalla Isa non erano più all’altezza della Asl. E quindi non rinnovare il contatto”.
Da Francesco Ripa di Meana a Giuseppe Aloisio, Moscaroli passa in rassegna tutti i dg Asl con cui ha avuto a che fare. E se descrive il primo come il “miglior manager che abbia mai conosciuto”, del secondo non fa lo stesso ritratto. “Con Aloisio – continua l’imprenditore – l’aria era diventata pesante, quasi di terrore. Lui e Mauro Paoloni (consulente strategico di Aloisio, ndr) dettavano legge. Cominciarono a circolare voci che non avrebbero più rinnovato il contratto all’Isa. Ho chiesto informazioni per sapere, in tempo, se avrei dovuto mandare a casa venti persone, che non è cosa da poco. Mi è stato immediatamente risposto di no, ma avrei dovuto applicare uno sconto di 50mila euro garantendo però gli stessi servizi e la stessa qualità”.
In diciott’anni di rapporto con l’Asl, Moscaroli lamenta di averci sempre economicamente rimesso. “Il vero guadagno della Isa – sottolinea l’ex patron – veniva dai rapporti con la regione, privati ed enti pubblici che non chiedevano tangenti. Con la Asl di Viterbo ci ho sempre rimesso. Perché? Me lo sono chiesto tutte le notti, mentre mi giravo e rigiravo nel letto. Credevo fosse lo scotto da pagare per restare sulla piazza, ma volevo uscirne fuori. Volevo vendere i servizi, anche svendendoli, e andarmene. A una sola condizione: che i miei venti uomini continuassero a lavorare ma questa proposta non l’hanno mai accettata, così non me la sono sentita di fargli perdere il lavoro”.
Prima di ascoltare Moscaroli, il tribunale di Viterbo ha prosciolto tre imputati per intervenuta prescrizione: Andrea Bianchini (direttore dell’unità e-procurement della Asl), Paolo Botti (delegato di zona della società Abbott) e Rita Cortas (direttore generale della Abbott). Rispondevano dei presunti appalti pilotati per l’affidamento di servizi di diagnostica per i laboratori della Asl di Viterbo. Il maxiprocesso per l’appaltopoli sanitaria perde sempre più pezzi.
Sono stati i difensori a chiedere al tribunale di dichiarare la prescrizione. Non tutti: l’avvocato di uno degli imputati più esposti Mauro Paoloni vuole una sentenza nel merito. Chiedere di mettere la prescrizione nero su bianco significa rinunciare alla possibilità di un’assoluzione. Il collegio dei giudici deciderà il prossimo 25 novembre.
I 24 imputati (all’inizio 29) al processo Asl diventano 21. A maggio il tribunale aveva già prosciolto per intervenuta prescrizione l’ex direttore generale dell’azienda sanitaria locale Adolfo Pipino e gli imprenditori Luciano Facchini, Ferdinando Morabito, Gemma Stasi, Umberto Maria Marcoccia e la società Centro Diaz. Di questi, solo Facchini è rimasto sul banco degli imputati.

