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Viterbo – “Appaltopoli? Alice nel paese delle meraviglie”. Così l’avvocato Angelo Di Silvio, parlando ininterrottamente per due ore di fila, ha dato il via ieri alle arringhe delle difese degli otto imputati del filone principale di Genio e sregolatezza.
“Nessun sistema per spartirsi gli appalti pubblici – ha detto – è solo una suggestione dei pm, che non ha trovato riscontri in quattro anni di processo”.
L’accusa ha chiesto complessivamente 25 anni di condanne (con pene dai due anni ai sei anni e nove mesi) e le parti civili un milione di euro di risarcimenti.
Di Silvio assiste l’imprenditore Fabrizio Giraldo, titolare della Tecnoedil. Gli altri imputati sono gli imprenditori Giuliano Bilancini, Angelo Anselmi e Luca Amedeo Girotti, i funzionari del genio civile Roberto Lanzi e Gabriela Annesi e i pubblici amministratori Adriano Santori e Luciano Cardoni, rispettivamente ex sindaco e vicesindaco di Graffignano. Per tutti l’accusa è di corruzione e turbativa d’asta. Avrebbero spartito a suon di mazzette appalti pubblici in tutta la provincia tra il 2008 e il 2010.
“Parlare non è reato e gli imprenditori tra loro parlavano, parlavano tanto. Lo dicono le intercettazioni che parlavano. Ma non era spartizione, era concorrenza”, ha premesso Di Silvio.
Giraldo, che durante il processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, interrogato dal gip e dai pm mentre era in carcere, nel dicembre 2012, ha fatto ammissioni. “I verbali di quegli interrogatori non vanno letti in modo letterale”, ha avvertito Di Silvio, rivolgendosi alla terna giudicante presieduta da Maria Luparelli.
“Bisogna tenere conto – ha proseguito il difensore – del dramma umano di una persona perbene tenuta in carcere per 55 giorni, durante i quali il padre è morto di crepacuore. Mancavano due giorni a Natale e non vedeva l’ora di tornare dalla sua famiglia quando ha parlato contra se. Peraltro credendo di accusare chi riteneva responsabile di averlo costretto a pagare, lasciandogli intendere che sennò non avrebbe più lavorato”.
Al centro dei suoi guai con la giustizia, la gara da 230mila euro per il rifacimento del tetto della piscina comunale di Bolsena, la gara da 45mila euro per la ristrutturazione della scuola media di Corchiano, la gara da 730mila euro per la realizzazione della palestra di Graffignano e il subappalto per la gara da 64mila euro per gli infissi del palazzo comunale, nonché la gara da 430mila euro per lavori alla scuola elementare della Quercia a Viterbo.
Di Silvio, presente l’imputato, ha fatto di tutto per smontare la versione della procura. “Tutto inizia nel 2008, l’anno della crisi per opere pubbliche ed edilizia – ha sottolineato – metà degli imprenditori viterbesi del settore, 50 su 100, aderirono al consorzio Cost, contando di fare gruppo in vista dei lavori per l’aeroporto. Sfumato l’aeroporto, è rimasto il consorzio. Non per spartirsi appalti che non c’erano, ma perché il Cost poteva offrire strategie, supporto e consulenze”.
Stare nel consorzio aveva però dei costi. “C’era lo stipendio da dare a Lanzi, nominato direttore tecnico. E c’erano le percentuali da dare al consorzio sugli appalti vinti. Giraldo, nel 2011, ha interrotto i rapporti per le incessanti richieste di denaro”.
Di Silvio ci è andato giù pesante con l’ex sindaco Santori e più ancora con Lanzi, il deus ex machina del “sistema” secondo Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma. “Sono convinto che anche i pm si sono chiesti se Giraldo non sia stato vittima di concussione”, ha detto il legale.
“A un certo punto era tra due fuochi – ha spiegato – Lanzi l’aveva spinto verso il Comune di Graffignano. In un’intercettazione, Giraldo gli dice ‘io sono venuto con te a ricatto’. Santori invce andava da Lanzi, gli diceva il peggio di Giraldo e poi Lanzi gli faceva i cazziatoni, “che stai a fa’ a Graffignano, come te stai a comporta’?'”.
L’appalto per la palestra di Graffignano, secondo Di Silvio, è il cuore di Appaltopoli. Per arrivare a quell’appalto, che Lanzi e Santori avrebbero voluto assegnare a lui, Giraldo sarebbe stato messo alla prova.
“Gli hanno fatto un ‘esame di affidabilità’ – ha spiegato l’avvocato – gli hanno fatto trovare bello e pronto il contratto di subappalto per gli infissi da 64mila euro del Comune. In cambio, secondo i pm, Giraldo avrebbe dovuto versare tre tangenti del 10%, pari alla somma incredibile di 30mila euro, una delle quali al sindaco. Ma Giraldo non ha versato niente, tant’è che quegli infissi non li ha fatti lui. E lo stesso Santori dice a Lanzi che Giraldo è fuori”.
Poi però ha partecipato alla gara per la palestra di Graffignano e l’ha vinta. “Ha partecipato perché aveva i requisiti. E l’ha vinta in maniera regolare. Lo dimostra che il secondo arrivato ha perso il ricorso contro Giraldo. L’ha vinta, ma ci ha rimesso 200mila euro, spesi per avviare il cantiere che poi è stato bloccato”.
Per l’accusa Giraldo avrebbe versato a Lanzi 40.900 euro di acconti. Un fiume di denaro che risulterebbe dal famoso “elenco” rinvenuto dagli investigatori nella valigetta di Lanzi sequestrata il giorno dell’arresto.
“Quel documento è un nulla. Giraldo ha ammesso di avere dato a Lanzi tre acconti per la gara vinta della palestra che dovevano andare al consorzio. Ma stando a quel foglio avrebbe pagato tremila euro per una gara di Allerona cui non ha partecipato, come non ha mai fatto altre due gare a Blera e Corchiano. C’è la somma di 64mila euro per una gara a Graffignano, che potrebbe corrispondere agli infissi, ma non ha fatto nemmeno quella. Qualcosa non torna, a meno che non si voglia credere che Giraldo pagasse le tangenti agli altri”.


