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Ala Ceoban potrebbe evitare l’espulsione…

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Ala Ceoban

Ala Ceoban

 

Elena Ceoban

La nipote Elena Ceoban, scomparsa il 30 maggio 2009, oggi avrebbe 22 anni

 

Giallo di Gradoli - Paolo Esposito con, da sinistra, Ala e Tatiana Ceoban

Ala Ceoban, con il cognato-amante Paolo Esposito e la sorella Tatiana

Viterbo – L’ultima volta fu il 13 maggio di sette anni fa, quando fu condannata all’ergastolo per il duplice omicidio della nipote e della sorella in primo grado.

Adesso Ala Ceoban conta sul tribunale di Viterbo per evitare l’espulsione, contro la quale la settimana prossima è chiamata a comparire davanti al giudice di pace Fabio Ruffo.

L’espulsione era stata congelata lo scorso 30 marzo dal giudice di pace di Roma, nonostante l’atto dovuto della convalida del decreto di rimpatrio, perché eseguito secondo le modalità di legge, in seguito ad alcune dichiarazioni rilasciate da Ala, che hanno aperto  nuovi spiragli alla valutazione della sua permanenza in Italia o dell’ opportunità di un suo “non rimpatrio”. Ci sarebbero seri motivi, legati al suo coinvolgimento nel duplice delitto della nipote e della sorella, per cui per la Ceoban sarebbe pericoloso un rientro in Moldavia. 

L’udienza è stata fissata alle ore 9 di giovedì 17 maggio, quando il caso di Ala, assistita dagli avvocati Samuele De Santis e Enrico Valentini, approderà davanti al magistrato cui spetta, nel merito, l’ultima parola sul ricorso della difesa. La moldava, nel frattempo, dallo scorso 28 marzo, si trova presso il centro di permanenza per il rimpatrio di Ponte Galeria a Roma, dove è stata trasferita in seguito al decreto di espulsione. 

Era il 13 maggio 2011 quando Ala Ceoban ha lasciato per l’ultima volta il tribunale di Viterbo, al termine del processo per il giallo di Gradoli, quando fu condannata all’ergastolo dalla corte d’assise assieme al cognato-amante Paolo Esposito per il duplice omicidio e l’occultamento dei cadaveri della sorella e della nipote, Tatiana e Elena, di 36 e 13 anni, i cui corpi non sono mai stati ritrovati, scomparse da Gradoli il 30 maggio 2009.  

Per la giovane moldava, oggi 33enne, la pena è stata poi ridotta nei successivi gradi di giudizio a otto anni per favoreggiamento e occultamento di cadavere. Una pena scontata nel carcere femminile di Civitavecchia, dal quale, grazie ai benefici previsti e alla buona condotta, è uscita nell’aprile del 2015, meno di sei anni dopo l’arresto dell’agosto 2009, restando in Italia e mantenendosi grazie al lavoro trovato nel frattempo a Tarquinia, dove ha continuato a vivere fino al fermo da parte della polizia del marzo scorso e al trasferimento a Ponte Galeria. 

A Tarquinia, dove ha vissuto fino al 28 marzo, era per tutti “Ala del pub”.  Gli agenti del locale commissariato l’hanno trovata nella sua abitazione, al civico 22 di via Mazzini, a pochi passi da piazza Cavour e a circa 400 metri dal pub dove lavorava.

Chi l’ha conosciuta non l’avrebbe collegata al giallo di Gradoli, né lei ne avrebbe mai fatto parola. “Era qui tutte le sere, dalle 18 fino a notte fonda – hanno raccontato, sorpresi dopo il fermo, alcuni tarquiniesi – spillava birra e portava i piatti in tavola, e lo faceva da più di un anno, anche se in paese era arrivata tre anni fa. Raccontava di aver abitato qualche mesetto a Civitavecchia e poi il trasferimento, ma del suo passato non ha mai parlato. Per questo non sapevamo che si fosse macchiata di un crimine così né lo immaginavamo, anche perché era così tranquilla e carina, gentile e sempre disponibile. Era lei, se ti incrociava per strada e tu non la vedevi, a chiamarti e salutarti. Anche da lontano. E per questo era riuscita a crearsi una bella cerchia di conoscenze, uscendo qualche volta con delle amiche. Ma un uomo accanto a lei non lo abbiamo mai visto”. Per i residenti del centro storico era “la classica ragazza che, venuta dall’estero, si crea un gruppetto di amici e inizia a lavorare per mantenersi”.

“Ero qui da tanto tempo, non mi sono mai nascosta”, avrebbe detto la 33enne dopo il trasferimento a Ponte Galeria, stupita per il clamore suscitato dalla vicenda. “Non capisco perché tanti ostacoli a farmi restare”, avrebbe aggiunto la donna, che da oltre tre anni sta portando avanti le sue battaglie giudiziarie per restare in Italia.

Per la difesa, i reati contestati e per cui ha scontato la sua condanna non sarebbero un ostacolo per il permesso di soggiorno. “Dal punto di vista soggettivo il favoreggiamento e l’occultamento di cadavere non rientrano tra i reati per cui è possibile procedere – spiegano – da un punto di vista oggettivo, non si può parlare di rischi per la sicurezza stato. L’odiosità derivante da un crimine come l’occultamento di cadavere riguarda la morale, non la sicurezza”.  

Silvana Cortignani


Chi è Ala Ceoban 

Ala Ceoban vive in Italia da quindici anni: sei trascorsi in libertà tra la Tuscia e la Toscana, sei in prigione a Civitavecchia e gli ultimi tre a Tarquinia.

Dal 2003 al 2007 è stata a Gradoli; dal 2007 al 2009, dopo che la sorella Tatiana ha scoperto la relazione clandestina del compagno con la sorella, gli “amanti diabolici”, è andata a lavorare come badante a Santa Fiora, sul Monte Amiata; dal 2009 al 2015 ha scontato la sua pena nel carcere femminile di Civitavecchia; dal 2015 fino al 28 aprile ha vissuto e lavorato a Tarquinia.

Ala Ceoban è giunta in Italia, appena 18enne, nel 2003, ospite nella villetta di Cannicelle, a Gradoli, della sorella 30enne Tatiana e del compagno Paolo Esposito, all’epoca 36enne. La giovanissima Ala avrebbe allacciato subito una relazione col cognato, nonostante avesse il doppio dei suoi anni.

Il giorno del duplice delitto –  il 30 maggio 2009 quando, nel primo pomeriggio, sarebbe stata uccisa per prima, probabilmente soffocata, la nipote Elena tredicenne e dopo le ore 18 la sorella Tatiana – Ala aveva 24 anni, mentre Paolo Esposito ne aveva 42.

Negato ad Ala il rinnovo del permesso di soggiorno per via dei suoi trascorsi, la condanna a otto per favoreggiamento e l’occultamento dei cadaveri della nipote e della sorella, la 33enne, una volta finito di scontare la sua pena, ha iniziato la battaglia per restare in Italia. Uscita dal carcere, è rimasta sul litorale laziale, a Tarquinia, dove chi la conosceva ha avuto modo diverse volte di incrociarla e dove ha sempre lavorato per mantenersi.

Nel carcere di Civitavecchia è rimasta per quasi sei anni, da agosto 2009 a aprile 2015. Ha lavorato come coiffeur per le altre detenute e contemporaneamente ha studiato, preso un diploma, frequentato un corso di cucina e fatto la mediatrice culturale. Detenuta modello, si è avvicinata al buddismo. Benvoluta dal personale che l’ha aiutata con una colletta, grazie ai volontari si è fatta una piccola rete di amicizie. Nel 2014, dopo un lustro di isolamento, ha riallacciato i rapporti con la madre Elena Nechifor, deceduta poi a Bologna il 2 gennaio 2017. 

Con il duplice delitto di cui nove anni fa sono rimaste vittime la nipote e la sorella e la morte della madre, ad Ala Ceoban restano in Italia altre due consanguinee: la zia Olga, sorella della madre, nel 2009 residente a Bagnoregio con la famiglia; e la nipote più piccola, oggi quindicenne.


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