Viterbo – Quando entrando in un posto appare subito l’immagine di un ricordo. E l’odore della panna riporta indietro nel tempo. Sembra non essere passato un giorno da quando nonni o genitori ci portavano a prendere il gelato più buono di Viterbo e dintorni. Quando tutto questo accade allora non ci sono dubbi. E’ il “pianeta” Chiodo. Una storica gelateria che ogni viterbese non può non conoscere. Dove al di là del tempo si continua ad tornare. Per un gusto senza pari. Garanzia di bontà, sapori e naturalezza d’altri tempi.
Il bar gelateria Chiodo, in via Roma 26-28 è una delle botteghe storiche di Viterbo. La signora Daniela Chiodo, attuale proprietaria, erede della famiglia Chiodo, la gestisce con passione e dedizione da oltre 40 anni. Prima a fianco del padre Arduino e del fratello Enzo. Poi dal 2003, dopo la scomparsa del fratello nel 2002, ha proseguito da sola, insieme al marito. Chiudendo definitivamente il caseificio di famiglia attivo dagli anni ’40-’50. Attraverso i suoi racconti, è stato possibile ricostruire una storia. Quella della sua famiglia. E anche quella di una antica attività che è cresciuta e cambiata insieme alla crescita e ai cambiamenti di un’epoca e di una città.
Daniela Chiodo, come nasce questa attività famigliare?
“La famiglia di mio padre Arduino era una famiglia di contadini” – spiega Daniela Chiodo -. Mio padre ha imparato da piccolo a vendere e trattare il latte. Lo consegnavano trasportandolo con il somaro ai vari clienti. Fino ad aprire un caseificio, dove io ho lavorato fin da giovanissima. Imparando il mestiere. Lavorando il latte e poi vendendo i prodotti creati da noi. Distribuivamo a pizzerie, alimentari e anche molto al vescovato della città. Il primo punto vendita è stato aperto in centro a Viterbo, diversi anni prima che io nascessi”.
Quando è nata la gelateria?
“La gelateria Chiodo nasceva in via Saffi a Viterbo nel 1945 con il nome di Ripa&Chiodo. Poi con il tempo i fratelli Chiodo, Arduino e Pietro, hanno rilevato l’attività e proseguito in autonomia, senza più altri soci. L’attività originaria, seguendo le orme di famiglia, nasceva come caseificio. Per questo poi, avendo un laboratorio di produzione, venne aperta anche questa prima latteria. Dove si vendevano latticini, burro e formaggi. Poi un anno dopo l’apertura, dal ’46, mio padre aggiunse anche l’attività di gelateria”.
Una vostra specialità?
“Appena aperto nel ’46, mio padre inventò un prodotto che all’epoca era una vera novità, una cosa all’avanguardia per quei tempi: il croccantino al rum, uno stecco ricoperto di cioccolato con all’interno un impasto di mandorle nocciole panna gelata ed una sfumatura di rum. Noi lo facciamo ancora. E va ancora forte – afferma sorridendo Daniela -. E per questo formato di gelato usiamo solo stecchi di vero legno, mai usata plastica qui dentro. Nella nostra gelateria abbiamo sempre offerto gusti semplici, a base di prodotti naturali, fatti solo con latte, senza aggiunta di coloranti, farine, addensanti, grassi idrogenati. Per questo il nostro gelato non ha controindicazioni per i celiaci, contenendo solo materie prime fresche. I gusti che proponiamo da sempre sono cioccolato, panna gelata e panna montata. Un’altra nostra specialità sono i maritozzi con la panna, che facciamo tuttora. E dagli anni ’70 è stato introdotto anche il gusto nocciola. Lavorato sempre e solo con materia prima dei monti Cimini”.
Quando ha iniziato ad imparare questo mestiere?
“Ho iniziato presto a lavorare. Avevo poco meno di vent’anni, era il 1977. Ho lavorato tutta la vita a fianco di mio padre, che continuò poi la sua attività senza il fratello Pietro, che dovette smettere di lavorare per motivi di salute. Ho imparato da lui ogni segreto del mestiere. Applicandomi ogni giorno. Senza mai pause o giorni di riposo. Perché il latte andava lavorato ogni giorno. Mio padre mi ha insegnato tutto. Per me era bellissimo. Amavo il caseificio, vedere come si trasforma il latte. Lavorarlo. Creare delle opere di artigianalità. Fisicamente era anche un lavoro tosto. Ma a me è piaciuto molto – racconta Daniela con un po’ di nostalgia -. Le nostre ricette restano “segrete”, frutto di anni di lavoro. Piccoli trucchi del mestiere su cui amiamo mantenere riservatezza. Del resto ognuno ha le sue formule…” – sorride ammiccante Daniela Chiodo -.
La qualità dunque fa parte della vostra ricetta segreta e della vostra tradizione?
“Nel nostro mestiere abbiamo sempre dato priorità alla qualità della materia prima. Tutta di origine naturale e a chilometro zero – sottolinea Daniela Chiodo -. I fratelli Chiodo erano figli di contadini. Abituati fin da piccoli alla distribuzione e consegna del latte. Per questo aprirono come loro prima attività il caseificio con sede in via caprarecce 91. Lì, quando da ragazza ho iniziato a lavorare, la prima cosa che mi venne insegnata è stata che la qualità era tutto. La materia prima, la genuinità e la freschezza erano e sono rimasti nel tempo il nostro marchio distintivo”.
Daniela Chiodo, tuttora proprietaria del bar gelateria in via Roma 26, è l’unica erede ad aver proseguito con l’attività di famiglia. Sua figlia ha scelto di fare tutt’altro mestiere e così anche i suoi nipoti. Dunque continua con grande forza di volontà il suo lavoro. Fatto di sacrifici e di una vita di orari stravaganti, con turni pomeridiani e notturni. Ma sempre con passione e attaccamento.
Daniela, se e come è cambiato il suo mestiere, dopo tanti anni al pubblico?
“Questo lavoro all’inizio lo avevo preso più alla leggera. Pensando che lavorare al bar fosse meno pesante del lavoro al caseificio. Poi ho imparato a conoscerlo bene. E a capire che invece non è leggero per niente. Per carità, è bellissimo stare al pubblico, in mezzo a tanta gente, ai giovani. Conoscere tante persone. Entrare anche in empatia con alcune di loro. Ricevere confidenze e avere scambi di opinioni. Molti clienti diventano quasi un po’ una piccola famiglia dopo tanto tempo che ci si conosce e frequenta qui dentro. Molti di loro rappresentano la testimonianza della nostra tradizione. Ci vengono a cercare anche da Roma, ci chiedono il gelato anche da fuori Viterbo. Tornano a trovarci negli anni. E questo è molto bello, ripaga di tanti sacrifici. Però è cambiato tanto tutto. La gente, i consumi. L’educazione non c’è quasi più. I giovani bevono troppo e troppo spesso. Molte volte devo intervenire per placare animi e atteggiamenti. E questo non è né piacevole né facile. Non è sicuro. E questa non è più una città pronta ad accogliere. I cittadini, i passanti, i turisti. Ci vuole una scossa. Ci vuole anche più volontà di cambiare. Non dico solo da parte di chi ci amministra. Ma anche da parte di noi commercianti stessi. Sperimentando. Aprendo magari talvolta in orari anche più flessibili, serali o festivi. Lavorando con eventi e attività culturali nuove o extra. Insomma, da dietro a questo bancone, anni e anni in piedi e sguardo sul mondo che ti passa intorno, c’è sempre tanto da osservare. Perché lo spettacolo vivente è sempre il pubblico. Ma è tutto in evoluzione. E se non stiamo al passo coi tempi e coi cambiamenti che ne derivano nel bene e nel male, non so come potremo durare ancora oltre la qualità di quanto offriamo da generazioni”.
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