Viterbo – Ha ragione Rita, la nipote. “Senza di te, ogni Santa Rosa non potrà mai più essere la stessa”. “Senza di te”, senza Antonio Febbraro, uno degli ultimissimi facchini del 1967, quello del “fermo” in via Cavour, che cambiò per sempre il trasporto della macchina. Avviando quel percorso di progressiva professionalizzazione che ha visto l’introduzione di novità, rispetto al passato pre-fermo, che vanno dalle prove di portata fino alla nascita del Sodalizio, espressione organizzativa che ha saputo far proprie storia e tradizione delle festività di Santa Rosa.
Multimedia: I funerali di Antonio Febbraro – La “girata” dei facchini dedicata a Febbraro – Il ricordo dei nipoti e di Sandro Rossi
Antonio Febbraro è stato sepolto oggi nel cimitero di San Lazzaro, dopo il funerale celebrato da don Elio nella basilica di Santa Rosa. Piena di gente. Dalla provenienza sociale più disparata. Commercianti, lavoratori, impiegati, imprenditori, politici.
Nessuna veste istituzionale. L’amico e la persona che ha saputo farsi voler bene grazie al suo carattere e al suo lavoro. Persino dal prete nei confronti del quale manteneva distacco accompagnato da profondissimo rispetto. E don Elio nella sua omelia lo ha evidenziato. “Veniva poco a messa – ha detto il sacerdote – ma era una persona speciale”. A onor del vero e della persona.
“Avere un sodalizio con facchini come Antonio – ha evidenziato il capo facchino Sandro Rossi – è un orgoglio per tutta la città. Antonio resterà sempre nella storia di questo Sodalizio, di cui è stato artefice”.
Antonio Febbraro
Sulla bara la bandiera del Sodalizio. Come si fa per i soldati. “La sua seconda famiglia”, hanno detto tutti. Attorno ad Antonio un picchetto d’onore fatto da sei facchini. Accanto il “gonfalone” dell’organizzazione di cui ha fatto parte. Sandro Rossi prende la parola per ultimo. L’omelia di don Elio si è concentrata sugli aspetti liturgici del culto lasciando volutamente spazio per il successivo ricordo dell’uomo. Lo spazio per i nipoti e quello per i facchini. Le famiglie, la grande famiglia, di Antonio.
“Sapeva le cose prima degli altri”, ha aggiunto il capo facchino durante il suo discorso commemorativo. Il tono di Sandro Rossi è solenne. Commosso. Alla fine, l’addio dato con il saluto dei facchini: “Evviva Santa Rosa!”. La voce di Rossi è la stessa identica del saluto subito dopo la mossa del 3 settembre. E la cosa non è affatto scontata. Un omaggio a tutto tondo. All’uomo e al facchino. Tutta la basilica si alza in piedi e applaude.
Rossi va dai familiari e stringe la mano a tutti. I facchini hanno seppellito oggi uno dei suoi cesari e capi storici. Una persona che ha saputo interpretare nel migliore dei modi il suo essere classe dirigente di un gruppo che ha trasformato una delle più antiche tradizioni di Viterbo in patrimonio dell’umanità. E come tale, Antonio Febbraro è stato sepolto e la sua storia impressa per sempre in quella del Sodalizio, dunque della città. Con un rituale preciso. Una cerimonia laica all’interno di quella religiosa dove ambiti e ruoli sono chiari e definiti.
“Quando dovevo prendere delle decisioni – ricorda ancora Rossi – gli rivolgevo sempre lo sguardo e lui con quel suo sorriso mi dava la tranquillità di aver fatto una cosa che in quel momento andava fatta”.
Viterbo – Sandro Rossi (sulla sinistra)
La famiglia di Antonio affida il ricordo ai nipoti, Rita Natoni e Francesco Lucidi. Le loro sono parole di chi ha veramente voluto bene al proprio nonno. Si riconosce e si vede. Coscienti anch’essi dei propri ruoli e dell’importanza che la storia dei facchini ha avuto per il proprio nonno. Il loro è stato un ricordo lieve, bello da ascoltare.
“I nostri nonni non muoiono mai – ha detto la ragazza – Diventano invisibili e restano vicino a noi. Nel posto più profondo del nostro cuore e ci mancheranno per sempre. Ma ho avuto l’immensa fortuna di averti vissuto fino alla fine. Le domeniche, i compleanni, le feste. Ogni Santa Rosa non potrà mai più essere la stessa. Ma quello che più conta è l’affetto e l’amore che sei riuscito a dare alle persone che hai incontrato lungo il tuo percorso”. E alla fine gli lancia un bacio.
Francesco Lucidi parte invece dallo stupore. Quello per un nonno “che saliva a 15 metri d’altezza per tagliare le cime dei pini” oppure in montagna a “tremila metri. Nessuno di noi sa ancora come facesse”. Un ventenne che si meraviglia ancora per le “stranezze” del nonno, vissute come una magia di cui non si vuole per niente svelare l’arcano. I nonni sono anche questo, memoria e mondo magico d’un passato ancestrale. Sono al tempo stesso passato e segno del destino.
Viterbo – Il nipote Francesco Lucidi assieme ai facchini
Viterbo – La nipote Rita Natoni
“Era orgogliosissimo di essere un facchino di Santa Rosa – ha proseguito il nipote di Antonio – Mi ha raccontato mille storie. Il trasporto del ’52, il fermo del 67, a quando si svegliarono la mattina del 68 perché ci tenevano tutti quanti…”.
“A quando si svegliarono la mattina del ’68”, l’anno dopo il fermo. Il vero day after dei facchini. Perché l’anno dopo non si poteva veramente sbagliare più niente e tutto doveva filare liscio. Quella mattina, che Francesco Lucidi ha colto perfettamente nel suo discorso, la tensione sarà stata alle stelle. Forse più del “fermo” stesso.
“Era orgoglioso di ogni cosa che aveva – ha concluso Francesco – Ti voglio bene nonno, riposa in pace”. Anche lui tira un bacio.
Infine l’addio dato dai facchini. A fine messa prendono la bara in spalla. Ma dopo averla alzata non vanno dritti, non escono subito. Stanno fermi per qualche istante. E fanno prima la “girata”. Se vi pare poco…
Daniele Camilli
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY