Tarquinia – “Per l’anagrafe sono Giovanni. Ma sono e mi sento Gianni”. Le umili origini dei genitori. Il dramma della sorellina maggiore morta. Il Milan. Il rapporto speciale con Nereo Rocco. Il dualismo con Sandro Mazzola e il mondiale di Messico 70, con la partita “del secolo” Italia-Germania finita 4 a 3. Gianni Rivera si è raccontato il 20 dicembre nella sala consiliare del palazzo comunale di Tarquinia, presentando l’autobiografia Gianni Rivera ieri e oggi, autobiografia di un campione.
Prima il fuoriclasse milanista aveva incontrato alla stadio “Cardoni” i tecnici e i bambini del Tarquinia Calcio, che ha promosso l’iniziativa. Poi l’arrivo al palazzo comunale accolto da tanti tifosi e appassionati del pallone. Infine la consegna del premio “Angelo Jacopucci” a Mirko Barreca, campione europeo 2018 di karate nella categoria kata junior e scelto come migliore sportivo tarquiniese dell’anno.
“Il mio nome all’anagrafe è Giovanni, ma sono Gianni – dice Rivera svelando questo curioso aneddoto -. Mia madre voleva chiamarmi Gianni ma a mio padre dissero che non era possibile, perché non esisteva nessun santo con quel nome. Per mio padre non era un problema. Per mia madre sì e continuò a chiamarmi Gianni”.
Anche se Gianni e suo fratello minore Mauro rischiarano di non nascere mai. “I miei genitori ebbero una figlia, Maria Luisa – dichiara -. Morì a nove mesi, per un’imperfezione al cuore, che oggi sarebbe stata curabile. Il dolore fu grande, tanto che pensarono di chiudere la “fabbrica dei bambini”. Un medico li rassicurò. Così siamo nati io e Mauro”.
L’esordio a quindici anni in serie A con l’Alessandra e il passaggio al Milan. L’incontro con Rocco. “Il Paron – afferma, sorridendo Rivera –. Un allenatore che sapeva fare spogliatoio. Si cambiava insieme a noi. Era capace di rompere la tensione e farci rendere al massimo”.
Come a Madrid, prima della finale di Coppa Campioni vinta contro l’Ajax. “Eravamo in autobus – ricorda –. C’era un silenzio assoluto. Eravamo nervosi. Il pullman si fermò e l’autista aprì la porta. Nessuno scese e tutti aspettavano che il primo a farlo fosse il mister. Allora si alzò e si girò verso di noi, dicendo che chi aveva paura poteva risedersi. Lui fu il primo a farlo. La tensione si sciolse in una grande risata”.
Il discorso cade inevitabile sul dualismo con Sandro Mazzola e sulla semifinale con la Germania, a Messico 70. “Con Mazzola c’era un ottimo rapporto – afferma – Lui era il capitano dell’Inter e io del Milan. Era logica una contrapposizione, anche se in nazionale abbiamo sempre giocato insieme. Solo per il mondiale messicano fu fatta questa staffetta che, credo, sia stata di natura politica e non tecnica”.
Il pensiero si sofferma sulla memorabile partita con la Germania. “In realtà i 90 minuti furono mediocri – racconta – Poi ci furono i supplementari e fu un’altra storia. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo Müller segna di testa, trovando uno spiraglio tra me, che ero piazzato sulla linea di porta, e il palo. Il risultato tornò in parità. Enrico Albertosi si arrabbiò con me. Appena si riprese, dopo una serie di passaggi consecutivi senza che i tedeschi riuscissero a intercettare il pallone, arrivò il mio goal vincente d’interno destro su passaggio di Roberto Boninsegna”.
Infine una battuta sull’attore Diego Abatantuono, grande tifoso milanista. “Mi ha raccontato che tifa Milan fin da piccolo. – conclude il pallone d’oro – Da quando, raccogliendo da terra il portafoglio di suo nonno, tirò su la mia foto e quella di padre Pio. Abatantuono chiese chi fossero e il nonno gli disse che il primo era uno che faceva miracoli. Il secondo un popolare santo pugliese”.
Daniele Aiello Belardinelli
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