Viterbo – Una banale lite, ha afferrato uno sgabello e lo ha colpito mortalmente. E’ così che venerdì sera il detenuto Singh Khajan, 34enne indiano, ha ucciso il suo compagno di cella: Giovanni Delfino, viterbese di 61 anni.
Entrambi reclusi nel carcere di Mammagialla: il primo per tentato omicidio e l’altro per lesioni personali. Delfino, in carcere da questa estate, era un senza fissa dimora. Dopo aver interrotto i rapporti con la ex moglie e il figlio, era ospite della Caritas, sopravviveva chiedendo l’elemosina e frequentava il Sert.
Khajan era stato trasferito dal carcere di Civitavecchia dove aveva già colpito un compagno di cella e un agente di polizia penitenziaria. Come denunciato da Fns Cisl, Khajan aveva problemi psichiatrici.
Faceva lavori saltuari e viveva a Cerveteri. A febbraio, la sera di san Valentino, ha accoltellato un 70enne che lo aveva ospitato in casa.
Dell’omicidio a Mammagialla si stanno occupando i carabinieri, con le indagini coordinate dal procuratore capo Paolo Auriemma e dal pm Franco Pacifici. Ieri mattina i militari del reparto operativo sono entrati nel carcere di Viterbo e hanno passato al setaccio la cella in cui è avvenuta la tragedia. Il procuratore capo in una nota afferma: “I carabinieri hanno acquisito elementi utitli alla completa ricostruzione del fatto”.
Khajan è stato interrogato dal pm Pacifici e avrebbe detto: “Ho colpito il mio compagno di cella con uno sgabello e l’ho ucciso”. Il 34enne è ora accusato anche di omicidio. “Interrogato dal pm, alla presenza del difensore – spiega il procuratore Auriemma nella nota -, ha reso confessione sulla contestazione”.
Lunedì sarà effettuata l’autopsia sul corpo di Delfino e sempre la prossima settimana Khajan comparirà davanti al gip per la convalida dell’arresto.
Il vicesegretario regionale del Sappe Luca Floris denuncia: “Purtroppo – dice – il carcere è un luogo di violenza e questi fatti dimostrano. La polizia penitenziaria fa il massimo ed è in prima linea per evitarli visto che sono segno del fallimento del sistema, ma non abbiamo uomini, strumenti e mezzi.
Ad esempio, si può mettere sotto grandissima sorveglianza un soggetto ma non vuol dire che quello che non ci sta non possa poi compiere certi atti. E’ tutto imprevedibile e ogni aspetto deve essere preso in considerazione.
Spesso i detenuti mettono in atto gesti di violenza, scaricando poi le colpe sugli agenti. Non è così e l’episodio avvenuto la sera scorsa lo dimostra, un caso di sopraffazione di un detenuto su un altro.
Finché un soggetto che compie reati non è arrestato, per l’opinione pubblica, deve andare in carcere, poi però quando ci finisce diventa un soggetto che va tutelato. La verità sta nel mezzo e cioè i detenuti vanno tutelati, senza però dimenticare che sono lì per scontare una pena e che il 99 per cento delle volte sono violenti da cui poi scaturiscono questi episodi”.
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