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“Niente pistolettate, abbiamo fatto solo a sganassoni…”

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Viterbo – Butto medievale di Celleno, mistero svelato. “Non ci sono state pistolettate, solo sganassoni”. Ossia cazzotti che fanno saltare le “canasse”, vale a dire i molari. A raccontare come sono andate le cose nell’inverno del 1975, quando un gruppo di tombaroli venne scoperto dai carabinieri e dalla soprintendenza a scavare migliaia e migliaia di pezzi di ceramica di grande valore, è proprio uno dei protagonisti. In anonimato. Come ha chiesto. Il nome di circostanza sarà Matteo.

Il 24 febbraio 1975 i carabinieri sorprendono i tombaroli a scavare nel borgo fantasma di Celleno. Il centro storico è stato abbandonato da anni e progressivamente demolito. Subito dopo la guerra, per ordine del ministro degli interni Mario Scelba, le persone abbandonarono Celleno vecchia, spostandosi fuori, dove costruiranno altre case e altri quartieri. Il borgo, da quel momento in poi, diventa l’oggetto del desiderio di decine di tombaroli. Almeno una generazione che ha continuato a scavare per tantissimi anni. Distruggendo e saccheggiando tutto. Infatti, oggi il borgo è fantasma anche per questo. 


Viterbo - La presentazione del butto di Celleno

Viterbo – La scoperta dello scavo clandestino del butto di Celleno


“Sai chi l’ha scoperto il butto di Celleno – racconta Matteo -, quello che c’hanno fatto le conferenze la cariati a Palazzo Brugiotti?”. “L’ho scoperto io – risponde immediatamente dopo -. C’andai con un’altra persona. Era domenica. Ed eravamo pure vestiti bene e con tanto di fidanzate. Andavamo a fare un giro a Celleno. A un certo punto mi rendo conto che in quel punto c’era qualcosa, qualcosa di veramente interessante. Lo dico al mio amico che mi risponde: ‘n’è pane. N’è pane’. Il che significa che lì sotto non c’è niente. ‘Come n’è pane’, rispondo io – prosegue Matteo -. Ma non lo vedi che ce so’ gli scivoli?’. A quel punto andammo via. Però io il butto me lo sognavo sempre. E a un certo punto so’ tornato”.


Celleno - Il borgo fantasma

Celleno – Il borgo fantasma


E cosa c’era? “C’erano almeno 8 squadre di persone – riprende a raccontare Matteo – composte da 4 persone ciascuna. Altro che n’è pane. Là sotto c’era una cisterna gigantesca. E c’erano squadre che venivano da tutta la provincia. Di Tuscania, di Viterbo. Dappertutto. Il butto era pieno di ceramiche. Vedevo un via vai de tutta sta maiolica. Roba medievale. Tutti dentro questa cisterna. Le persone s’erano spartiti i pezzi della cisterna. E lì ce sarà stato qualche miliardo de roba”.


Viterbo - In mostra il leggendario butto di Celleno

Viterbo – Il leggendario butto di Celleno


Dopo il sequestro del 1975, il butto di Celleno, grazie a un accordo tra il comune, sindaco Marco Bianchi, e l’università degli studi della Tuscia, docente Giuseppe Romagnoli, è stato oggetto in questi ultimi anni di importantissime ricerche scientifiche che stanno permettendo di ricostruire non solo il contesto alimentare medievale di un intero borgo, ma anche il tessuto sociale che ruotava attorno. Una testimonianza decisiva per scrivere un’altra pagina di storia del territorio raccontata durante le conferenze organizzate nei mesi scorsi dalla fondazione Carivit del presidente Marco Lazzari. Una storia che a sua volta ne contiene un’altra, successiva. Dopo il sequestro del 1975, quello che restava del butto di Celleno è stato ritrovato quasi quarant’anni dopo da alcuni docenti dell’università della Tuscia a Tuscania. Ed è da lì che finalmente sono riusciti a studiarlo. Oltre 8 mila pezzi a disposizione.


Viterbo - In mostra il leggendario butto di Celleno

Viterbo – Il leggendario butto di Celleno


“Come li hanno beccati? – sottolinea Matteo -. Lì hanno beccati perché era un via vai. T’arrivano sette, otto macchine per notte da cui scendono tre, quattro persone per volta. A Celleno pure se ce vai da solo se domandano chi sei. Figurati negli anni ’70. Un lavoro andato avanti settimane”.


Celleno - Il borgo fantasma

Celleno – Il borgo fantasma


Pare ci siano state discussioni violente, finite anche a pistolettate. “Discussioni ci sono state – spiega infine Matteo -. Quando stai facendo un pozzo e arriva un’altra squadra, gli dici: ‘che cazzo voi, che ce stai a fa?!’. Certo. Poi quelli che entrano te rispondono: ‘Il pozzo mica è tuo’. A quel punto se fa a sganassoni o si spartisce. Oppure, prima se fa a sganassoni e dopo se spartisce. Quella volta s’è fatto prima a sganassoni e poi s’è spartito. Arrivavano da tutte le parti. Perché poi la voce s’è sparsa”. Finché non li hanno scoperti e arrestati.

Daniele Camilli 


Fotogallery: Nelle viscere del butto – Le ceramiche del leggendario butto di Celleno – Il borgo fantasma di Celleno

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