Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ricordo don Dante (monsignor Dante sarebbe divenuto più tardi…) quando nella sede della Fuci di Palazzo Brugiotti attendeva pazientemente che finissimo di giocare a ping pong per poi convocarci nello suo studio ed iniziarci a cose più grandi di noi, quelle che poi lui riduceva a cose per noi.
Lo ricordo, ormai vescovo emerito, sul pulpito della sua basilica di Santa Maria della Quercia, a offrirci omelie ricche di suggestioni culturali che alternava a bonarie raccomandazioni e ad inviti appassionati ad essere veri cristiani.
Lo ricordo quando, invitato a presentare un mio libro, si prendeva fascinosamente la scena, proponendo riflessioni che tra cultura, morale e ricerca indagatrice della natura umana, che ti aprivano la mente sull’infinito.
Ma lo ricordo anche bonario amico, che gli si illuminavano gli occhi quando con la mia famiglia lo andavamo a salutare in sacrestia, dopo la celebrazione della messa; una parola per ciascuno di noi, che era conforto, speranza e rassicurazione, con quello sguardo amorevole che sembrava benedirti in ogni momento, ma che era anche arguto e indagatore, perché ti voleva stimolare alla vita e alla carità.
Francesco Mattioli
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