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Intossicati da tinca cruda in trattoria, condanna annullata ma le vittime possono chiedere i danni

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La suprema corte di Cassazione

La suprema corte di Cassazione

Gradoli – (sil.co.) – Intossicati in massa da tinca cruda, condanna annullata in terzo grado per prescrizione ma le vittime possono ricorrere in sede civile per il risarcimento del danno. I ristoratori dovranno inoltre pagare le spese sostenute dalle parti civli per un ammontare di 47mila euro.

Lo hanno deciso i giudici della IV sezione penale della corte di cassazione davanti ai quali si è chiusa il 20 novembre la vicenda della tinca tossica servita agli avventori di una nota trattoria di Gradoli dove, nell’estate del 2011, 39 persone furono “avvelenate” dalla tinca cruda spacciata per coregone marinato.

A presentare ricorso i legali dei due ristoratori condannati in primo grado a otto mesi e 20 giorni di reclusione. “La cassazione annulla senza rinvio agli effetti penali la sentenza impugnata – si legge nel dispositivo – perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione. Rigetta i ricorsi agli effetti civili e condanna i ricorrenti alla rifusione delle spese delle parti civili costituite”. 

Solo di spese sostenute dalle parti civili, sette delle quali assistite dall’avvocato Simone Bernini, la coppia dovrà sborsare 47mila euro. 


Tra le vittime decine di turisti e una bambina di 11 anni

Alcune delle vittime furono ricoverate in ospedale e dimesse con prognosi superiori ai 40 giorni, tra cui una bambina viterbese di 11 anni. Tra gli intossicati anche decine di vacanzieri giunti sul lago di Bolsena da tutta Italia: Roma, Milano, Modena, Verona, Castell’Azzara, Orvieto, Assisi. A suo tempo i Nas dovettero arrivare fino in Germania, per rintracciare alcuni tedeschi da sottoporre a test per escludere l’infezione da Opisthorchiasis Felineus, il pericoloso parassita della tinca, trovato nei primi ricoverati dopo due-tre settimane di incubazione. 

Al termine del processo di primo grado, nel novembre 2016, non fu riconosciuto nemmeno un centesimo di provvisionale alle 23 vittime che si sono costituite parte civile. Il giudice Giovanni Pintimalli condannò però a otto mesi e 20 giorni (con lo sconto di un terzo della pena del rito abbreviato, sennò sarebbe stato un anno e mezzo) i due ristoratori, marito e moglie, accusati di “delitti colposi contro la salute pubblica” e commercio di sostanze alimentari nocive.


Le parti civli hanno chiesto danni per 240mila euro

Le parti civili avevano chiesto tra i 5mila e i 15mila euro, per un ammontare complessivo attorno ai 240mila euro. Per il risarcimento dei danni, si disse, avrebbero dovuto aspettare che la sentenza diventasse definitiva, dopo di che avrebbero potuto intentare causa in sede civile. 

Tra le vittime anche una dipendente di palazzo dei Priori, una coppia con una figlia piccola, due fidanzati prossime alle nozze che hanno dovuto saltare la luna di miele, un uomo che ha temuto di avere un cancro, un altro finito al policlinico Gemelli di Roma. Con prognosi fino a un anno e la spada di damocle a vita del tumore al fegato o di una cirrosi patica.


Tutto per colpa del parassita della tinca

Tutto per colpa del parassita della tinca, l’Opisthorchiasis felineus. O per dirla con l’accusa della “sciatteria e dissolutezza” dei gestori, che in barba alla tracciabilità, avrebbero comprato il pesce sia nelle pescherie di Bolsena e Marta che dai pescatori a bordo lago. Pure al nero, secondo l’accusa: “Nei due mesi prima che arrivassero i Nas avevano servito 2200 porzioni di coregone marinato comprando ufficialmente 18 chili di filetti, dopo i controlli dei Nas risultano comprati 49 chili di filetti per 209 portate”. Per non rischiare, la tinca può essere somministrata solo cotta, ad almeno 68°, oppure cruda se è stata surgelata a -20° per una settimana. I ristoratori non avrebbero nemmeno avuto le attrezzature adatte.


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