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“Viterbo è ferma mentre le altre città migliorano…”

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Silvio Franco (Unitus)

Silvio Franco

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Vorrei prendere spunto dall’ultima classifica sulla qualità della vita, che ha visto la nostra città precipitare dalla 48esima alla 79esima posizione, per proporre una breve riflessione sulle ragioni di questo non lusinghiero risultato e sulla situazione oggettiva che questa graduatoria impietosamente fotografa.

Pur nella consapevolezza che queste classifiche presentano numerosi limiti e che gli indicatori utilizzati, come ogni altro indicatore, forniscono solo una rappresentazione approssimativa e parziale della realtà, ignorare le indicazioni e le tendenze che tracciano è un comportamento, oltre che arrogante, anche colpevolmente superficiale.

È proprio per questa ragione che un amministratore attento e un cittadino pensante dovrebbe porsi la domanda: perché la qualità della vita a Viterbo si sta riducendo in misura così evidente?

La risposta più immediata è che nella nostra città, in termini molto generali, si vive peggio di quanto si vivesse nel passato. Una risposta che un amministratore o un cittadino viterbese liquiderebbe come falsa perché, in fondo, la situazione non è così peggiore degli anni precedenti. E, infatti, questa risposta è falsa.

La risposta corretta è che la nostra posizione peggiora perché Viterbo è ferma mentre le altre città migliorano. La qualità della vita a Viterbo ristagna in una grigia mediocrità mentre altrove cittadini e amministratori, anche grazie a proficue interazioni, mettono in campo le loro energie, le loro capacità e, perché no, i loro sogni per costruire città più dinamiche, pulite, efficienti, verdi, con migliori servizi, con una più ampia offerta culturale, insomma più vivibili.

Queste classifiche ci ricordano che non possiamo valutare la situazione del luogo in cui viviamo ignorando che intorno a noi esiste un mondo che si modifica, si evolve, si sviluppa.

Avere perso oltre trenta posizioni vuol dire che, rispetto al resto dell’Italia, il nostro territorio offre meno opportunità di lavoro per i suoi giovani, meno occasioni di arricchimento culturale e sociale per i suoi abitanti, meno attrattività per i turisti che vogliono conoscerla.

Rispetto a quest’ultimo aspetto si potrebbe obiettare che i dati sul turismo indicano una tendenza contraria e che i visitatori a Viterbo sono in aumento. Anche da questo punto di vista, purtroppo, l’autoreferenzialità gioca un brutto scherzo… Infatti, non c’è bisogno di complessi modelli matematici per capire che quando, come sta effettivamente accadendo, i flussi turistici sul territorio nazionale hanno un incremento percentuale più elevato di quello che si registra nella nostra città, allora, di fatto, Viterbo sta riducendo la sua attrattività turistica.

Chi ha a cuore veramente la nostra città, i suoi cittadini e il loro futuro non dovrebbe ignorare questo ulteriore campanello d’allarme che suona forte e chiaro a indicarci non solo che a Viterbo si vive peggio della gran parte delle città italiane ma soprattutto che corriamo il rischio di abituarci a un declino che accettiamo come un destino inesorabile contro cui è vana ogni sorta di ribellione.

La situazione della nostra città è senza dubbio complessa e difficile, ma la tendenza che questa classifica evidenzia può essere invertita. Per farlo serve uno sforzo dal basso di cittadini e imprenditori che mettano in campo un civismo attivo e partecipato attraverso scelte consapevoli e azioni virtuose. È questa una condizione necessaria ma non certo sufficiente.

È indispensabile, infatti, una guida politica, cioè “della polis”, da parte di un’amministrazione forte di tre caratteristiche: impegno, competenza, indipendenza.

Impegno, che si manifesta nella ferma volontà di dedicare tempo ed energie alla propria città.

Competenza, che è il requisito indispensabile per costruire un progetto di città, fissare degli obiettivi concreti, definire delle strategie efficaci e mettere in campo azioni specifiche per raggiungere i risultati attesi.

Indipendenza, che si traduce in una piena autonomia nelle decisioni che può essere garantita solo mantenendo una netta distanza dai gruppi di potere locali e non piegandosi ai compromessi al ribasso imposti da alleanze politiche il cui fattore aggregante è rappresentato solo dagli interessi connessi alla gestione della cosa pubblica.

È fondamentale, però, che queste tre caratteristiche siano presenti contemporaneamente: il solo impegno non è sufficiente; anzi, è particolarmente temibile.

Affermazioni del tipo “basta parole, mettiamoci al lavoro”, “è il momento di fare”, anche quando vengono pronunciate in modo convinto e non come semplici slogan, vanno considerate con grande attenzione.

Se non c’è un progetto chiaro e condiviso, se non c’è capacità di azione, se non c’è autonomia nelle scelte e nelle decisioni, il fare, in quanto tale, può essere molto pericoloso.

Il non fare certamente non arresta il declino, ma un fare senza competenza e indipendenza, oltre a disperdere energie e risorse in iniziative sporadiche non inserite in un coerente progetto di lungo termine, contribuisce a trascinare una città in un baratro e cancellare nei suoi cittadini ogni speranza di rinascita.

Silvio Franco
Dipartimento di Economia, Ingegneria, Società e Impresa (Deim) Università della Tuscia


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