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Viterbo - Salvatore Federici, ex deportato nel campo di prigionia di Bad Sulza durante la seconda guerra mondiale, ha raccontato la sua storia - Ieri il convegno a palazzo dei Priori per celebrare la Giornata della memoria

“Sono tornato a casa che pesavo 38 chili, mia madre mi ha riconosciuto dalla voce”

di Maurizia Marcoaldi
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Viterbo - Salvatore Federici

Viterbo – Salvatore Federici

Viterbo - La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo – La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo - La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo – La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo - La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo – La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo - Daniele Camilli

Viterbo – Daniele Camilli

Viterbo - La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo – La giornata della memoria a palazzo dei Priori

Viterbo – “Sono tornato a casa e pesavo 38 chili, mia madre mi ha riconosciuto dalla voce”.  E’ con emozione e grande dignità che Salvatore Federici racconta la sua storia. La sua testimonianza è stata parte centrale dell’evento commemorativo dedicato alla Giornata della memoria, organizzato ieri nella sala Regia di palazzo dei Priori. Salvatore è un ex deportato della seconda guerra mondiale. Dal 1943 al 1945 è stato nel campo di prigionia Stalag IX c di Bad Sulza in Germania. 

La Giornata della memoria a palazzo dei Priori è stata organizzata dall’istituto comprensivo L. Fantappiè con il patrocinio del comune e della prefettura di Viterbo e la collaborazione della cooperativa Gli Aquiloni, partner della Fondazione Exodus nel progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”.

In sala ad ascoltare Salvatore c’erano gli studenti delle classi terze della scuola secondaria Fantappiè, accompagnati dal dirigente scolastico Valeria Monacelli e dai loro docenti.

Nei volti dei ragazzi la consapevolezza di partecipare a un momento importante. Nei loro sguardi l’emozione di chi sa che sta diventando custode della storia diretta, del racconto di un uomo che ha vissuto sulla sua pelle le atrocità dell’olocausto. A loro, da oggi, il compito di non dimenticare, di tramandare la storia affinché certe cose non possano ripetersi. 

E Salvatore si è rivolto ai giovani. Lui che oggi ha 95 anni, ma che quando fu portato nel campo di internamento ne aveva solo 17. “Ero giovane – ha raccontato Salvatore – non avevo ancora 18 anni, mancavano pochi giorni. Ero stato allievo della scuola Caracciolo. A 10 anni comandavo il reparto caldaia”.

Poi la vita cambiò d’un tratto. Salvatore venne portato nel campo di Bad Sulza come internato militare italiano (Imi). Lì è rimasto dal 1943 al 1945. “Appena arrivati ci hanno fatto denudare e ci siamo fatti la doccia – ha raccontato Salvatore -. Poi ci hanno vestiti da prigionieri. Ci hanno dato dei capi dell’esercito con scritto un ‘k’ e un ‘g’, abbreviazione per ‘prigionieri di guerra’. Nel 1944 sono venuti per chiederci di collaborare con loro. Nella mia baracca eravamo 36 persone, io ero il più giovane. Tutti si sono chiesti se collaborare o meno. Per me mi potevano pure sparare, ma io non avrei mai collaborato”.

Questo perché negli Stalag i prigionieri di guerra potevano scegliere di collaborare e scendere a un compromesso. Chi accettava poteva uscire dal campo e lavorare fuori, ma da quel momento sarebbe diventato un collaboratore del nazismo. 

A guidare il racconto Monica Lecchini, docente e curatrice della ricerca “Memorie  dell’olocausto dal territorio della Tuscia”. Salvatore ha poi ricordato la sua vita nel campo di prigionia. “Come pasto – ha aggiunto – ci davano un filone di pane ed eravamo in cinque. Poi avevamo un litro di acqua e delle rape. Le rape che però erano quelle che davano agli animali. C’era gente, e l’ho fatto anche io, che andava nel piazzale e se vedeva un filo d’erba lo strappava e lo metteva in tasca per mangiarlo. Le guardie non dicevano niente perché magari non ti vedevano, ma se ti beccavano ti sparavano direttamente. Nell’ultimo periodo come guardie avevamo dei ragazzi. Avevano solo 14 o 15 anni e loro erano delle belve. Come ti vedevano ti sparavano. Nessuno gli diceva nulla, anzi li elogiavano”. 

Poi il racconto del ritorno a casa, a Orte: “Nella mia baracca eravamo in 36 persone e quando ci hanno liberato eravamo rimasti solo in 13. Quando sono tornato a casa, a Orte, pensavo 38 chili. Mio padre non mi ha riconosciuto. Mia madre mi ha riconosciuto soltanto dalla voce. Credo che la formazione della scuola Caracciolo mi abbia aiutato a resistere e sopravvivere”. 

Salvatore si è poi rivolto alla sala e ha fatto un appello. “Io ho fatto il giuramento che non dimenticherò mai – ha concluso Salvatore -. Lascio a voi il tempo per non far succedere di nuovo queste cose. Non si devono ripetere queste cose. Io non sono un oratore, ma purtroppo la vedo tanto nera perché viviamo tutti di barzelletta ma con le barzellette non si risolve niente”.

Ad aprire la mattinata, dal titolo ‘Giornata della memoria, memoria nel presente’, i pensieri e le riflessioni degli studenti della Fantappiè. Parole da cui è emersa particolare sensibilità nell’approcciarsi a un tema difficile e doloroso come quello della shoah. Sullo sfondo diversi contributi video. Alcuni di questi hanno anche messo in relazione il dramma dell’olocausto con la tragedia dell’immigrazione e delle tante persone che perdono la vita in mare. Il presente e il passato legati dalla necessità di non cedere all’indifferenza. 

I saluti istituzionali sono stati affidati al sindaco Giovanni Arena. “Auschwitz non è una storia – ha detto il sindaco nel suo intervento -. Tutto quello che è successo rischia di diventare una storia, se non viene ricordato. E’ la realtà drammatica che i nostri padri hanno vissuto sulla loro pelle”.

Arena ha poi parlato del legame, sottolineato nel contributo video, tra presente e passato: “Oggi ci sono ancora delle situazioni drammatiche. Persone che vogliono cercare di migliorare la loro vita, abbandonando i territori dove c’è guerra e povertà. Al di là dell’organizzazione, che dovrebbe essere internazionale con i paesi più ricchi ad intervenire in modo che tutto non ricada su un solo stato perché altrimenti si creano blocchi e frontiere, io mi dico: Quando un essere umano soffre e rischia di morire cercando una vita migliore, come può un altro essere umano non voler salvare quella vita? Come si fa a dire ce ne sono troppi? Se si continua con questa mentalità, probabilmente saremo costretti a rivivere situazioni passate”.

A prendere la parola poi il dirigente scolastico Valeria Monacelli che ha annunciato come questa iniziativa abbia inaugurato un tavolo di studio che la Fantappiè vorrà portare avanti. Un insieme di incontri per riflettere sulle tragedie del nostro tempo. 

La parola è poi passata al giornalista di Tusciaweb Daniele Camilli che ha parlato di libertà di espressione negata anche ai giorni nostri. Camilli e tre sindacalisti della Flai Cgil sono stati infatti aggrediti verbalmente durante un volantinaggio nelle campagne di Castel d’Asso, finalizzato a informare i braccianti agricoli sui loro diritti.

“La Cgil – ha spiegato Camilli – ha organizzato un volantinaggio con l’obiettivo di farlo di fronte o nelle vicinanze delle aziende agricole. Tempo venti minuti sono arrivate delle persone. Con le jeep, sono scesi in 6 o 7. Lì c’era la polizia e per fortuna. L’aggressione verbale è stata molto violenta”.

E ancora: “Quella di venerdì dava l’impressione di una spedizione nei confronti del sindacato che ha avuto la ‘sfacciataggine’ di fare volantinaggio sotto le aziende agricole”.

Camilli ha poi mostrato una foto del suo servizio che immortala la figura, in parte, di uno degli uomini che l’ha aggredito. “Questa foto – ha spiegato – mostra l’atteggiamento del padrone. E noi nel nostro paese non dovremmo avere padroni. Questo foto è evocativa di ciò che sta accadendo anche nelle campagne viterbesi”.

Il giornalista ha spiegato il perché di questo suo intervento nel giorno della memoria. “Vi cito questo episodio – ha aggiunto Camilli – perché quello che è successo è una violazione delle libertà costituzionalmente fissate una volta per tutte, la libertà sindacale e la libertà di stampa”. 

Diversi gli interventi nel corso della mattinata. Tra questi quelli del comandante dell’arma dei carabinieri Andrea  Antonazzo, del vicario della prefettura di Viterbo Fabio Vincenzo Geraci, del vicario della questura Antonio Ingrosso, del vicario della diocesi Luigi Fabbri. 

Tra le autorità presenti in sala il tenente colonnello Guglielmo Trombettail colonnello Scarsella del centro addestrativo aviazione esercito, il colonnello Pinto della scuola sottufficiali dell’esercito, il colonnello Moroni per l’aeronautica militare della scuola marescialli, il capitano Scarpato del comando provinciale della guardia di finanza. Presenti anche l’assessore Antonella Sberna e il presidente del consiglio Stefano Evangelista. 


Multimedia: Gallery: La Giornata della memoria a palazzo dei Priori  – Video: La testimonianza di Salvatore Federici


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28 gennaio, 2020

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