Viterbo – Accusati di violenza sessuale aggravata sono stati assolti dopo una lunghissima odissea giudiziaria la madre e il patrigno della presunta vittima.
Lei è una ragazza oggi quasi trentenne, che avrebbe avuto tredici anni quando, nel 2004, sarebbero cominciati gli abusi, da parte del presunto orco. Abusi che sarebbero proseguiti anche dopo che era diventata maggiorenne. E che la giovane ha denunciato solo nel 2012, quando aveva oltre venti anni.
Al processo, cominciato nel 2014 e che si è chiuso ieri davanti al collegio del tribunale di Viterbo, si è costituita parte civile contro l’uomo, un settantenne originario di Tarquinia, e contro la madre, una sessantenne di Montefiascone, imputati in concorso sia di violenza sessuale aggravata su minore che di violenza sessuale. Parte civile anche il centro antiviolenza Erinna.
Il settantenne fu arrestato dopo la denuncia e successivamente sottoposto all’obbligo di firma. La madre fu invece indagata a piede libero.
L’accusa aveva chiesto sette anni di reclusione
Il pubblico ministero Chiara Capezzuto, che ha ereditato il caso dal sostituto procuratore Fabrizio Tucci, nel frattempo trasferito a Roma, la settimana scorsa ha chiesto che gli imputati venissero condannati a sette anni di reclusione ciascuno. Poi sono stati sentiti gli avvocati di parte civile (Roberto Fava per la ragazza) e la legale Paola Ragonesi per la madre.
Per ultimo, ieri, è toccato al difensore del settantenne, avvocato Marco Russo, la cui discussione si è protratta per due ore e mezza. Infine, dopo circa un’ora di camera di consiglio, la presidente del collegio Silvia Mattei e i giudici a latere Elisabetta Massini e Giacomo Autizi, poco prima delle 14, hanno emesso la sentenza d’assoluzione per la coppia.
Madre alla sbarra in quanto considerata complice dell’orco
La madre, secondo l’accusa, sarebbe stata complice del compagno che avrebbe costretto la figlia a palpeggiamenti intimi e rapporti orali da quando aveva 13 anni. Un inferno che si sarebbe ripetuto tutti i fine settimana per anni, durante i quali la madre avrebbe cercato di minimizzare le avances del 60enne, spiegando alla figlia che si trattava di normali dimostrazioni d’affetto.
Girandola di periti e un video della vittima
Quando si è aperto il processo, nel 2014, le difese hanno ottenuto l’acquisizione del video girato durante l’interrogatorio protetto in questura mentre la presunta vittima raccontava il suo dramma agli agenti della squadra anti-abusi. Un video poi utilizzato per l’incidente probatorio che ha cristallizzato la versione della ragazza, ma che, come ha ribadito ieri Russo, non dimostra niente per la scarsa qualità audio e video e non è mai stato sottoposto alla perizia di un esperto per migliorarne la qualità. Le difese, inoltre, chiesero l’acquisizione di 185 pagine di sms scambiati tra madre e figlia e di altre 9 pagine di bigliettini contrastanti con i presunti abusi. E fu accolta la richiesta di un’ulteriore perizia psicologica sull’attendibilità della giovane, la sesta, affidata al professor Paolo Capri, dopo che già cinque esperti si erano occupati del caso.
“Emotivamente fragile e vittima vulnerabile”
“La giovane, emotivamente fragile secondo quanto emerso, ha reso plurime dichiarazioni nelle più disparate sedi. Le sono state messe in bocca cose con modalità fortemente induttive. Per verificarne l’attendibilità, è stata sottoposta a perizia due anni dopo l’incidente probatorio e non nell’immediatezza, come si sarebbe dovuto fare”, ha sottolineato l’avvocato Russo, parlando di “vittima vulnerabile” e di “violazioni enormi delle buone prassi”.
“Sono felicissimo per il mio assistito che ha vissuto un incubo durato sette anni. In ogni caso La sua vita non sarà mai più la stessa. Un processo penale per accuse così odiose ed infamanti è destinato a cambiarti la vita per sempre. Qualunque sia l’esito”, il commento a caldo del difensore Marco Russo dopo la sentenza.
Silvana Cortignani
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