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“Avrebbe potuto ammazzarmi, mi ha salvata un messaggio in codice a mia madre”

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Viterbo - Tribunale - Carabinieri

Viterbo – Tribunale – Carabinieri

Vetralla – (sil.co.) – “Pensavo che fosse il principe azzurro invece avrebbe potuto ammazzarmi”.

Così una 32enne viterbese ha descritto la prima impressione ricevuta dal suo ex, un principe azzurro. A distanza di sette anni è la presunta vittima di un uomo di Vetralla finito sotto processo per maltrattamenti in famiglia anche se la coppia ha convissuto soltanto un giorno. Lei, che all’epoca aveva 25 anni, si sarebbe salvata quando ha trovato il coraggio di confidarsi con la mamma. Dopo avere temuto di morire.

La vigilia di natale del 2013 e poi di nuovo la sera del 12 gennaio l’avrebbe costretta a fare sesso: “Io non volevo e secondo lui era perché dovevo averlo fatto prima con qualcun altro, per cui giù botte. Mi ha anche minacciata con l’accetta”.

“Era talmente ossessionato dalla gelosia e dalla smania di controllo che voleva costringermi a convivere a forza di botte e di minacce, ma io mi sono messa d’accordo con mia madre che se la situazione si fosse fatta pericolosa le avrei mandato un messaggio in codice”, ha raccontato ieri in aula la donna, parte civile con l’associaizone Erinna, davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei. 

Nonostante i pestaggi ripetuti, la 32enne non si è mai fatta refertare al pronto soccorso: “Una volta voleva accompagnarmi lui, ho temuto volesse portarmi da qualche parte per uccidermi”. 

“Meriti di essere fatta a pezzi, di essere sciolta nell’acido”, l’avrebbe minacciata. E mentre la picchiava e lei lo supplicava di smettere: “Solo se ti esce il sangue dalla bocca e dagli occhi vuol dire che ti meno”. 

La donna avrebbe provato a scappare: “Lui voleva andare a tutti i costi a convivere, io non riuscivo a liberarmene, non mi lasciava un secondo, non sapevo che inventarmi. Minacciava di uccidere mio fratello e anche i miei genitori. Sono stata fortunata, perché avrebbe potuto ammazzarmi. Ne sono uscita quando mi sono confidata con un’amica che mi ha convinto a parlare con mia madre. Allora abbiamo concordato il messaggio in codice”.

Il 4 marzo 2014 il “sistema d’allarme” ha funzionato e i genitori sono andati a salvare la figlia, segregata in casa dal presunto aguzzino, accompagnati dai carabinieri. In  aula anche la madre, che ha raccontato come la figlia sia stata seguita per mesi e mesi da alcuni specialisti, dopo avere chiesto aiuto al centro antiviolenza Erinna.

Alla luce della mancata convivenza, la pm Chiara Capezzuto ha chiesto di modificare il capo d’imputazione specificando, relativamente alla parte offesa: “Con la quale aveva una stabile relazione sentimentale”.

La coppia si è conosciuta a fine ottobre 2013 nel bar di Vetralla dove lei lavorava.

Nel giro di poche settimane sarebbero stati già ai ferri corti: “Lui era folle di gelosia, una gelosia assurda e immotivata. Una volta, al supermercato, si è convinto che avessi fatto sesso in passato con un cliente, a me sconosciuto, solo perché mi aveva guardata. Tornati a casa mi ha riempito di botte, con uno solo schiaffo mi ha fatto saltare via tutti e due gli orecchini. Per prima cosa mi rompeva il cellulare, schiantandolo per terra, non so quanti me ne ha rotti, poi mi prendeva a schiaffi, calci e pugni, spaccando ogni cosa che gli capitava a portata di mano, dai mobili alla televisione”. 

Il processo riprenderà il prossimo 23 marzo, quando saranno sentiti i testimoni dell’imputato, difeso dall’avvocato Antonella Fiore Melacrinis. 


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