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Ischia di Castro – “Ha dovuto avvolgere il cadavere del cognato in una coperta, come se fosse la carcassa di una pecora, e trasportarlo in macchina fino al confine con la Toscana, poi ha chiamato il 112 raccontando una versione falsa: ovvero che l’uomo era morto durante il viaggio in auto”.
Da questo episodio, accaduto la sera del 7 giugno 2019 a Ischia di Castro, in località Ponte san Pietro, e ricostruito dal comandante provinciale dei carabinieri Andrea Antonazzo, nella conferenza stampa di ieri, è partita una vasta indagine che ha portato alla luce una brutta storia di sfruttamento del lavoro ed estorsioni ai danni di decine di decine di stranieri, almeno, stando alle prime informazioni, una trentina.
“Tutto è partito dalla morte del 44enne abanese Petrit Ndreca – spiega il procuratore capo Paolo Auriemma – che è stata però raccontata dal cognato con una versione poco chiara e poco convincente.
E’ bastato questo ad accendere l’acume investigativo dei carabinieri coordinati dal pm Stefano D’Arma. Non è stata un’indagine semplice. Con molta difficoltà operativa ci siamo infiltrati in un ambiente ostile, dove i lavoratori sfruttati non parlavano per paura e le reticenze, anche dei parenti della vittima, erano tantissime”.
Il procuratore capo Paolo Auriemma
Ma l’insistenza e la caparbietà degli inquirenti sono riuscite a scoperchiare un enorme assetto aziendale al cui vertice c’era un’intera famiglia di origine sarda, che viveva da tempo ad Ischia di Castro.
Quattro persone: il padre di 75 anni Raimondo Monni, la moglie di 70 anni Margherita Contena e i loro due figli di 49 e 38 anni, Giovanni e Salvatore Angelo. Tutti sono stati arrestati e si trovano agli arresti domiciliari.
Il nucleo familiare, secondo quanto emerso dalle investigazioni, sarebbe stato al vertice di cinque aziende agricole, di fatto unite in un’unica holding, che gestivano tra i 4mila e i 5mila capi di ovini e un numero di dipendenti (non in regola) che oscillava tra i 30 e le 40 persone.

Ischia di Castro – L’azienda e gli ovini
Aziende agricole che ora sono sotto controllo giudiziario. “Una novità per la provincia di Viterbo – precisa il sostituto procuratore Stefano D’Arma -. E’ la prima volta che capita e ne siamo soddisfatti perché così riusciamo a non distruggere il tessuto economico e produttivo creato dalle aziende in questione.
Sia i dipendenti che il bestiame saranno guidati dagli amministratori giudiziari che si avvarranno di consulenti specifici.
Per noi è un’esperimento, che non sarà semplice, ma su cui confidiamo molto, proprio per tutelare il mondo del lavoro il più possibile”.

Il sostituto procuratore Stefano D’Arma
Una scelta che, come ci tiene a sottolineare Auriemma, dà la prova che “indagare sullo sfruttamento del lavoro e sul capolarato non va a discapito dell’economia, tutt’altro, e il nostro impegno su questi temi è massimo da molto tempo e lo sarà anche in futuro”.
Sul luogo del ritrovamento del cadavere del 44enne albanese, quel 7 giugno dell’anno scorso, c’erano anche due fratelli noti imprenditori di Ischia di Castro.
I carabinieri della stazione si sono subito accorti che poteva esserci dell’altro sotto e hanno quindi messo l’indagine nelle mani del nucleo investigativo del reparto operativo del comando provinciale dei carabinieri, guidato dal tenente colonnello Marcello Egidio, e in quelle dei colleghi del nucleo forestale.

Ischia di Castro – Uno degli alloggi in cui vivevano gli operai
“Gli approfondimenti, svolti anche insieme all’ispettorato del lavoro – ricostruisce il colonnello Andrea Antonazzo -, ci hanno fatto scoprire gli alloggi che ospitavano i lavoratori sfruttati: strutture piccolissime e fatiscenti dove vivevano in molti.
Quanto ai pagamenti: agli operai venivano dati 800 euro al mese per lavorare senza orario e senza giorni di riposo. Venivano trattati come servi.
Basti pensare che il cadavere del 44enne è stato fatto avvolgere in una coperta come se fosse la carcassa di una pecora, come hanno raccontato gli stessi parenti di Petrit Ndreca”.

Il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Andrea Antonazzo
Le indagini non hanno ancora consentito di stabilire con certezza quando è morto il 44enne albanese e se, addirittura, fosse ancora vivo quando è stato trasportato in località Ponte san Pietro con la macchina dal cognato. Oltre all’episodio del malore, infatti, non è escluso che già da tempo non gli venissero concesse cure adeguate.
I turni ai quali l’uomo era sottoposto, così come i suoi colleghi stranieri, erano a dir poco massacranti: dalle 9 alle 17 ore giornaliere con solo un’ora e mezza di pausa pranzo. Il compenso era di appena 1,16 euro euro all’ora.
L’unico italiano alle dipendenze della famiglia pare ricevesse qualcosa in più: 4 euro all’ora.
Tra le mansioni c’erano quella di mungere le pecore, lavorare nei campi anche in situazioni pericolose, ad esempio a tre metri di altezza senza protezione o a bordo di trattori su pendii scoscesi.

Ischia di Castro – Il blitz dei carabinieri
Tra le accuse contestate alla famiglia arrestata anche l’evasione di 87.750 euro da versare all’Inps e all’agenzia delle entrate, solo negli ultimi due anni per la mancava contribuzione e la fiscalità.
I quattro dovranno rispondere anche dell’estorsione ai danni del cognato di Ndreca, costretto con continue minacce rivolte anche alla sua famiglia.
La posizione del capofamiglia è la più grave perché accusato pure di “minaccia per costringere a commettere un reato”.

Ischia di Castro – Gli alloggi dei lavoratori
Disastrose le condizioni igienico-sanitari degli alloggi che ospitavano i braccianti. Stando agli accertamenti dei carabinieri non c’era alcuna sorveglianza sanitaria, le condizioni di lavoro erano insalubri e i piccolissimi ricoveri dove vivevano erano malsani, sporchi, umidi e ricavati da stalle con le pareti ammuffite.
Poi c’erano la violenza, le minacce e le umiliazioni. “Gli stranieri – sottolineano gli inquirenti – venivano apostrofati con termini dispregiativi come “cane”, “verme” o anche “servi” ed erano costretti a chiamare i datori di lavoro “padroni”.
Non si firmava alcun contratto e i documenti dei lavoratori venivano trattenuti per farli vivere in una condizione di assoggettamento continua.
La conferenza stampa al comando provinciale dei carabinieri
L’indagine, che è durata un anno e mezzo, non è ancora finita. Tantissimi sono gli aspetti da chiarire e i documenti da analizzare per far luce il più possibile su quante persone possono essere state sfruttate nel corso degli anni, e in che modo. Intanto, però, si è arrivati a un traguardo non da poco: salvaguardare l’indotto economico di quelle aziende facendole gestire dagli amministratori giudiziari, affiancati e consigliati, tra gli altri, anche dagli esperti del dipartimento di Biotecnologia agraria dell’università della Tuscia.
Francesca Buzzi
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