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Sbagliata la definizione di qualità della vita e i relativi indicatori…

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Puntuale come i treni sotto il fascismo, ecco a voi l’ennesima graduatoria di qualità della vita, questa è di Italia oggi, ma poi ne seguiranno altre.

Dunque, quest’anno il Giro d‘Italia della qualità della vita è stato vinto da Pordenone, mai prima ma sempre in buona posizione, fino ad aggiudicarsi la maglia rosa finale della classifica generale, come è successo a vari campioni del Giro ciclistico, da Balmamion a Contador.

Niente di nuovo sotto il sole. Nordest in vetta, centro sud ad arrancare in fondo alla fila dei corridori in classifica, con Viterbo che perde addirittura qualche posizione, specie sulle salite dei dati socioeconomici e sanitari. Beh, si sa, il nord è ricco e il sud è povero.

Ma facciamo un momento qualche ragionamento in libertà. C’è una lotta a coltello, sottostante alle discipline socioeconomiche e statistiche, a proposito di qualità della vita. Da un lato economisti e statistici, dall’altra sociologi e psicologi. Non sono molto d’accordo sulla definizione di qualità della vita e sui relativi indicatori. In cosa consiste la qualità della vita, quali sono gli indicatori più importanti? Come devono essere “pesati”?

Se io uso tre indicatori relativi alle giornate di sole e un indicatore relativo al tasso di occupazione chi vince,  Il Nordest o il Sud? Certamente il Sud. Se io faccio il contrario, tre indicatori su lavoro e occupazione, e uno sulle giornate di sole chi vince? Certamente il Nord. Ancora: se io non  considero le giornate di sole o quelle di nebbia, come indicatore  di qualità della vita, il Sud parte già handicappato. Forse le giornate di sole non contano? Andatelo a dire a quelli che scappano al mare appena c’è una bella giornata. E a quelli che arrancano per tre mesi in mezzo alla nebbia.

C’è poi un indicatore che gioca in modo strano. Lo sviluppo dell’automobile è una fortuna o una iattura per l’umanità? Meglio un carretto tirato dai buoi o una comoda citycar? Tanto per saperlo, perché pare che se circolano più automobili la qualità della vita automaticamente si abbassa. Hai voglia ad avere un tasso di incidenti modesto, hai voglia ad essere tra le prime città per qualità dell’aria, se circolano tante automobili, niente da fare, non è segno di comodità, ma di scarsa qualità della vita.  Non sarà una impuntatura ideologica?

Un’altra chicca, il verde urbano: come fa Viterbo ad essere al 98esimo posto, con quel popò di parco dell’Arcionello che inizia a quattrocento metri da Corso Italia e ci sforna cinghiali manco fossimo nella Selva del Lamone? Dipende da come lo intendi, il verde urbano.

Del resto, se si spacchettano su una ventina di indicatori il lavoro e il reddito, per carità due aspetti fondamentali del vivere,  ma non esaustivi del vivere di qualità, la classifica è bella e fatta, è scontata senza quasi fare i calcoli.

A Viterbo si vive male, certo, l’85esimo posto lo certifica. Anche se i visitatori non  mancano, anzi il turismo è più sviluppato che  a Pordenone, e gli indici culturali se la battono con quelli della maglia rosa.

Comunque, andiamo al sodo.

Rispolverando Emile Durkheim, chiedo ai colleghi economisti e statistici di spiegarmi perché, se la qualità della vita consiste nel vivere felici e contenti in un territorio, la maglia rosa Pordenone si trova all’85esimo posto per emigrati, al 58esimo per tasso di mortalità (contro il 18esimo di  Viterbo) e, soprattutto, all’87esimo posto per tasso di suicidi. Che questi ultimi non ne possano più di essere così felici?

Francesco Mattioli


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