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Viterbo - L'analisi del comandante provinciale della finanza, Andrea Pecorari su infiltrazioni mafiose, furbetti del reddito di cittadinanza e Covid

“Sequestrati più di 11 milioni di euro di patrimoni”

di Elisa Cappelli
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Viterbo - Il comandante provinciale della guardia di finanza Andrea Pecorari

Il comandante provinciale della guardia di finanza Andrea Pecorari


Viterbo – “Sequestrati più di 11 milioni di euro di patrimoni”. Il comandante provinciale della guardia di finanza, Andrea Pecorari racconta la Tuscia parlando della penetrazione mafiosa, dell’ultimo anno caratterizzato dal Covid e dei “furbetti” del reddito di cittadinanza.

Un fenomeno spesso legato al mondo del lavoro in nero che, attraverso i controlli effettuati dalle fiamme gialle, è risultato essere in crescita nella provincia.

Reddito di cittadinanza e furbetti, com’è la situazione nella Tuscia?
“Il reddito di cittadinanza per la finanza rientra in una categoria più grande che è quella de controlli delle prestazioni sociali agevolate, tutti quei benefici che lo stato concede ai cittadini con determinati requisiti. Essendo stato introdotto da circa un anno e mezzo non abbiamo ancora una possibilità comparativa rispetto agli anni precedenti. In ogni caso ci sono stati diversi controlli e una percentuale piuttosto elevata con esito positivo, ovvero irregolare. Molte delle verifiche sono ancora in fase di elaborazione quindi al momento non è possibile dare dei numeri precisi, ma ci sono diverse decine di persone che lo hanno percepito indebitamente”.

In che contesto si verifica la percezione indebita del reddito di cittadinanza?
“Molti di questi casi sono collegati al lavoro irregolare. Quindi alcuni nuclei familiari dichiarano un certo livello reddituale ma in realtà all’interno del nucleo c’è qualcuno che lavora in nero. Quindi di fatto percepiscono redditi che non vengono dichiarati”.

Il lavoro in nero è un fenomeno esteso nella provincia di Viterbo?
“Quello del lavoro in nero o irregolare è un problema abbastanza presente nella Tuscia, sono numeri piuttosto elevati rispetto al numero della popolazione e sfortunatamente è un fenomeno in crescita rispetto agli anni passati.  Mi piace pensare che siamo noi ad essere diventati più bravi a cercare, però il dato di fatto è che c’è stato un aumento del numero dei controlli con esito irregolare. Al di là dei numeri è una questione che un po’ ci preoccupa perché in questa contingenza particolare del Covid, sia i lavoratori in nero sia in parte gli evasori totali, si pongono ai margini dell’aiuto che lo Stato può dare. Perché la loro posizione non essendo chiara e non avendo un reddito noto allo Stato, pone quest’ultimo in difficoltà anche nell’aiutarli. Quindi nel 2021 ci sarà una particolare attenzione a questo tipo di controllo sia per gli evasori totali sia per i lavoratori in nero”.

C’è una fascia di età particolare dei “furbetti” del reddito di cittadinanza?
“In realtà no, la situazione è spalmata in maniera piuttosto uniforme su tutte la fasce di età, non c’è una  particolare incidenza in una fascia rispetto all’altra”.

E’ mai capitato che ci fossero dei giocatori online incalliti che abbiano richiesto il reddito di cittadinanza?
“Ci sono stati dei casi di giocatori online incalliti che giocavano somme notevoli. In alcuni casi vincevano cifre cospicue e contemporaneamente recepivano il reddito di cittadinanza. Un contesto ‘curioso’ che ha attirato la nostra attenzione. Un caso in particolare è quello di un giocatore che aveva vinto diverse centinaia di migliaia di euro e chiaramente non avrebbe avuto alcun diritto di ottenere nessun tipo di aiuto dallo Stato, e invece percepiva il reddito di cittadinanza. La situazione poi è stata segnalata agli uffici competenti che hanno revocato il contributo e proceduto al recupero delle somme”.

Come vengono effettuati i controlli in questi casi specifici?
“C’è tutta una procedura di indagini investigative e di analisi che ci consente di strutturare i controlli in maniera mirata. Fondamentale in questi casi la collaborazione con l’Inps e fondamentale la possibilità di accedere alle movimentazioni di gioco che riguardano la singola persona”.

Avete avuto difficoltà nei controlli durante questo periodo di Covid e come è cambiato il vostro lavoro?
“Per quanto riguarda il controllo della spesa pubblica, non ci sono state particolari difficoltà, tolta la fase iniziale del lockdown che è stata la fase per tutti – e anche per noi – più drammatica. Mille domande e nessuna risposta o mille risposte che giorno per giorno si rivelavano fallaci. La difficoltà più grande per noi è stata sul piano personale e organizzativo perché decidendo di far rimanere tutti i cittadini a casa abbiamo dovuto lavorare senza avere le risposte necessarie per farlo sempre in sicurezza, abbiamo imparato mano a mano: come usare i dispositivi più adeguati, come approcciare i cittadini o come disporci negli uffici. Una fase complicata in cui abbiamo smesso di fare per qualche mese ciò che facciamo normalmente, abbiamo dovuto presidiare le strade insieme alle altre forze di polizia per dare tangibilità ai cittadini di una presenza che veglia su di loro. In quel momento abbiamo sospeso tutte le attività che non fossero assolutamente urgenti o che non fossero collegate a dei procedimenti penali”.

Cosa è successo nella fase successiva?
“La sfida è stata diversa perché abbiamo dovuto tentare di tornare alla normalità in un contesto che chiaramente non era normale. Eravamo consapevoli che cittadini e imprenditori che andavamo a controllare avevano sofferto o stavano ancora soffrendo le conseguenze del Covid anche sul piano economico. I controlli ordinari di carattere tributario sono tuttora sospesi, proseguono solo nel momento in cui ci sono delle annualità che altrimenti andrebbero in prescrizione e verrebbe meno il diritto dello Stato a richiedere il pagamento di un’imposta, quando ci sono i procedimenti penali oppure quando c’è la segnalazione di un cittadino. C’è stato un aumento di oltre il 50% delle segnalazioni al 117 e questo da un lato risente dell’effetto Covid. Ma siccome è un dato che corrisponde a una tendenza dell’ultimo biennio prima del picco del 2020, ci piace anche pensare che stiamo riuscendo ad indurre i cittadini a fidarsi sempre di più e a fare segnalazioni senza remore. Il loro coinvolgimento è importante perché difendere i cittadini è il motivo per cui ci siamo arruolati”.

Come proseguirà ora il lavoro?
“Per quanto ci riguarda continueremo a dare la massima attenzione all’aspetto della spesa pubblica, a come vengono utilizzati i soldi che lo Stato mette a disposizione delle persone. E’ giusto che chi è in difficoltà a causa del Covid venga aiutato ma giusto e doveroso controllare che chi riceve questi contributi ne abbia effettivamente il diritto: le disponibilità non sono infinite e prenderne per sé in maniera irregolare significa toglierle o farle arrivare tardi a qualcun altro che ne ha davvero bisogno”.

Com’è, dal suo punto di vista e dalle operazioni svolte dalla finanza, la situazione mafia nella Tuscia?
“Ho letto con interesse il rapporto dell’Eurispes sulla permeabilità della mafia. Concentrandomi sulle tabelle – la Tuscia era al 44esimo posto – tenderei a non valutarle mai come una classifica. Anche perché ho notato che la distanza tra Viterbo (in fascia medio-alta, ndr) e le città che sono in fascia bassa è inferiore a un centesimo. E’ semplicemente un indicatore che non drammatizzerei, ma nemmeno sottovaluterei”.

La mafia c’è nella Tuscia?
“La mafia c’è in tutta Italia, c’è ovunque e c’è anche a Viterbo. La provincia ha delle caratteristiche socio-economiche particolari che potrebbero renderla appetibile per investimenti di capitali illeciti. Mettendosi nei panni di un criminale abituale, una zona non particolarmente urbanizzata e non particolarmente ricca di attività imprenditoriali può rappresentare un’opportunità. Questi tipi di investimenti, di origine mafiosa o non mafiosa, possono seguire due strade: reinvestimento in altre attività illecite (come partite di droga che poi vengono smerciate), oppure l’impiego o riciclaggio di queste disponibilità in attività che sono assolutamente lecite, come immobili, attività commerciali e così via. Questa è la forma più ‘strisciante’ ma anche più difficile da intercettare e nel lungo periodo anche più pericolosa”.

Perché?
“Perché da un lato crea uno status simbol, con persone che vivono chiaramente al di sopra dei propri mezzi, e in un contesto di piccoli centri urbani può fornire anche alla società un paradigma sbagliato. Dall’altro lato distrugge la libera concorrenza perché sarebbe totalmente sleale. In più questi capitali illeciti possono stratificarsi nel tempo e creare posizioni difficili da attaccare dalle forze di polizia. Importante quindi intercettarli prima che si stratifichino. Lo scorso anno sono state eseguite 4 misure di prevenzione patrimoniali con la collaborazione del questore e della procura della Repubblica e abbiamo sequestrato più di 11 milioni di euro di patrimoni. Ed erano proprio patrimoni che nel corso degli anni si sono, appunto, stratificati un mattoncino alla volta. Non sarei allarmato, ma più che altro concentrato”.

Un appello ai cittadini?
“E’ assolutamente importante, come detto anche dal comandante provinciale dei carabinieri Andrea Antonazzo, che i cittadini collaborino sempre di più. Non è importante tanto allarmarsi, quanto collaborare nel momento in cui si notano delle situazioni che sembrano andare fuori dall’ordinario o quando si percepiscono atteggiamenti che non necessariamente hanno una caratterizzazione mafiosa ma che comunque sfociano nella prepotenza o nella sleale concorrenza sotto il profilo imprenditoriale. Da parte nostra c’è la massima attenzione e disponibilità, sta anche ai cittadini approfittare della nostra capacità operativa”.

Elisa Cappelli


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18 gennaio, 2021

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