Viterbo – Ci mancava pure quello che è stato definito “incertocene”, cioè lo stato di incertezza che pervade la nostra società odierna (ne hanno parlato Giddens, Bauman, Taleb). Così, qualsiasi prospettiva, qualsiasi problema (soprattutto in Italia, terra di sapienti individualisti) trova, ancor prima della soluzione, l’obiezione.
La vedo complicata la sorte del governo Draghi, per almeno tre ragioni.
Una, ovviamente, strutturale. Non puoi mettere assieme il diavolo e l’acqua santa. Passi per i Cinquestelle che, essendo nuovi e in cerca di reale identità politica, possono tentare di essere fungibili sia a destra che a sinistra, come hanno fatto nei due governi Conte. Ma gli altri partiti non sono attrezzati per collaborare dai versanti opposti del monte. Intendono farlo “di fronte all’emergenza”, ricordando i bei tempi del dopoguerra dove i mangiapreti si astenevano dal loro pasto e i preti non facevano partire le loro scomuniche.
Ed ecco proprio qui la seconda ragione. Il concetto di emergenza. Ma quale, in realtà? Perché qui c’è qualcosa che non quadra: l’emergenza è sanitaria o economica? Dice: “Tutte e due”. Sia pure, ma in parte collidono: non puoi pretendere di sconfiggere il virus con le zone rosse, in attesa dell’estensione della vaccinazione, e allo stesso tempo avere i ristoranti, le scuole, le stazioni, gli impianti sportivi pieni. Dove ciò è stato consentito, la pandemia si è messa a correre e si sono riempite anche le terapie intensive. Ma chiudendo tutto, l’economia è andata a rotoli, generando povertà.
E allora, un compromesso? I compromessi non sono mai equilibrati: c’é chi ottiene di più, chi meno, perché basta avere criteri di valutazione divergenti per creare squilibri soggettivi e oggettivi.
Salvaguardare prima la salute, poi l’economia o il contrario? Il fatto è che se ascolti il virologo, occorrerebbe chiudere tutto; se ascolti il politico, bisognerebbe aprire molto. Chi la vince? “In medio est virtus”, sentenziavano i latini. Ma dove sta quel “medium”, chi lo calcola? Speranza o Salvini? Ricciardi o Sgarbi? Insomma, avete visto come lavora l’incertezza?
E arriviamo alla terza ragione dei problemi all’orizzonte del governo Draghi. Sempre caratterizzati dall’incertezza. “Sarà un governo ambientalista”, “abbiamo un Ministero della transizione ecologica”, annuncia il neo premier. Ma consideriamo l’energia. Ne abbiamo sempre più bisogno, non solo per produrre, ma anche per migliorare la qualità della vita. Pensiamo agli elettrodomestici, al riscaldamento, alla telefonia mobile, ai computer, alla sicurezza, e soprattutto ai trasporti, pubblici e privati: sarà necessaria sempre più energia, soprattutto se vogliamo riequilibrare la qualità della vita di tutto il pianeta, e per di più energia pulita.
Escludendo il nucleare, troppo pericoloso e quindi oggetto di ripulsa referendaria, e le centrali a carbone o a derivati del petrolio, troppo inquinanti, ci sarebbe il gas, ma anche questo comporta problemi strutturali, nella versione import, e ambientali, in quella geotermica locale. Occorre quindi rivolgersi alle rinnovabili: energia eolica, fotovoltaica, idroelettrica eccetera. Però, guarda un po’, mentre tutti auspicano più energia pulita, mentre si comincia a valutare la civiltà e la qualità della vita dal numero delle auto elettriche, tanti storcono il naso all’eolico, al fotovoltaico, all’idroelettrico e al geotermico perché sconvolgono l’ambiente e il paesaggio.
Un marziano riderebbe a crepapelle pensando a quel signore che esprime parole di fuoco su Facebook contro i guasti ambientali di queste fonti energetiche rinnovabili, brandendo il suo cellulare o il suo pc: il marziano si chiederebbe dove quel tapino andrebbe a prendere l’energia per i suoi strumenti di comunicazione e come altrimenti penserebbe di esprimere la sua indignazione al mondo intero. Con i piccioni viaggiatori? E chi la sentirebbe la protezione animali? Con lettere cartacee? E così distruggeremmo i boschi. Passando ramingo di città in città? E con quale mezzo, rigorosamente su carretto a trazione animale (senza stancare troppo le bestie)?
Ovviamente quel marziano sta scherzando. Potrebbe pensarla, molto più semplicemente, come il neo ministro alla transizione energetica, Roberto Cingolani, che qualche tempo fa asseriva che la produzione di energia non potrà che aumentare e che sarà necessario quindi adoperare tutte le fonti energetiche, almeno quelle non inquinanti e comunque rinnovabili, equilibrando veti e prospettive.
Insomma, ancora un difficile accordo fra esigenze differenti per il neo governo Draghi, come di fronte a ideologie diverse tra destra e sinistra, come di fronte alla pandemia. Ancora una prova dell’incertezza che regna nella nostra epoca, dove neppure il sapere scientifico ormai è considerato oggettivo, dove è necessario equilibrare gli slanci, i nuovi, crescenti e pressanti bisogni della modernità con l’esigenza di assicurarsi un futuro.
Di fronte all’incertezza galoppante dell’incertocene, allora, forse è tempo che il massimalismo lasci il posto all’adattamento, al compromesso, insomma alla ragionevolezza, senza tuttavia precludersi il progresso tecnico e sociale e senza guardare a un improbabile passato bucolico.
Mi sono chiesto a volte se un patito della natura, nel Medioevo, non avrebbe avuto da ridire sulla costruzione di un castello sulla cima di una ridente e verde collina, giudicandolo uno sgarbo alla bellezza del paesaggio naturale. Oggi invece ci lamentiamo se una pala eolica stravolge il quadretto paesaggistico di quel castello sulla collina.
Insomma, tutti i criteri di valutazione sono storicizzabili. Vanno considerati relativi? Tutto va ridimensionato all’equilibrio tra le varie necessità?
Di questo forse ha bisogno Draghi. Sarà minimalismo, sarà qualunquismo? E’ possibile. Ma il rispetto del pluralismo delle idee e dei bisogni non può che portare a questo. L’incertezza, a ben vedere, è il sale della democrazia, perché presuppone la possibilità del cambiamento. L’alternativa assolutista del pensiero unico, che pure darebbe certezze belle e preconfezionate, non mi sembra certo più appetibile.
In fin dei conti, lo pensava già Rousseau (non la piattaforma, sia chiaro), uno che di società se ne intendeva.
Francesco Mattioli
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