Viterbo – Palazzo di giustizia
Capranica – (sil.co.) – Era ai domiciliari nel Viterbese la madre cinquantenne di un presunto boss d’origine colombiana dedito al traffico internazionale di cocaina importata in Italia dalla Slovenia e dalla Spagna. Lo avrebbe “sponsorizzato” dandogli 22mila euro per la droga.
Arrestata a Trieste col figlio, che oggi ha 33 anni, la donna ha ottenuto i domiciliari a Capranica, dove il 29 gennaio 2018 è stata denunciata dai carabinieri per evasione.
La donna, L.C.B., è una delle nove persone arrestate per traffico internazionale di stupefacenti un anno prima, il 2 febbraio 2017, nell’ambito dell’operazione “Quadrifoglio 2015” della squadra mobile del capoluogo giuliano. In quanto, si legge nel comunicato della questura, “consapevole del ruolo del figlio, e dell’esistenza dell’associazione, personalmente gli consegnava in momenti diversi 22mila euro per acquistare lo stupefacente, oltre a fornirgli numerose schede telefoniche attivate a nome di cittadini stranieri inesistenti o ignari”.
Nelle diverse fasi della maxinchiesta sono stati sequestrati complessivamente oltre 3 chili di cocaina e più di 8 chili di marijuana. Per il trasporto e lo stoccaggio della coca i sudamericani si appoggiavano ai pusher triestini. Il traffico avrebbe fruttato guadagni record: in un’intercettazione si parla addirittura di 60-65mila euro al mese. Soldi che il capo della gang, figlio dell’imputata, avrebbe spesso speso per togliersi costosi sfizi, come le centinaia di scarpe griffate e di abiti di lusso acquistati nelle boutique di via Montenapoleone a Milano trovati nella sua abitazione.
Carabinieri e polizia – Immagine di repertorio
La cinquantenne, a detta sua, sarebbe uscita dalla casa di Capranica solo per i tempo necessario a sbrigare delle commissioni.
Il che non le ha impedito di finire a processo per evasione davanti al giudice Elisabetta Massini, costretta però ieri mattina a rinviare la sentenza, in quanto l’imputata, nel frattempo condannata in primo grado a una pena di quattro anni e mezzo in seguito al blitz, sarebbe attualmente detenuta. Ma sia l’accusa che il difensore Giuseppe Pierdomenico vogliono sentirla. Dovrà quindi essere disposta la traduzione dal carcere in tribunale, con la scorta della polizia penitenziaria per l’udienza del prossimo 19 luglio.
Il 19 marzo 2018, i 12 presunti componenti della banda di narcotrafficanti, tra cui l’imputata, sono stati condannati a quasi 70 anni complessivi di carcere dal tribunale di Trieste. Come riporta il Piccolo, il figlio della donna “che riforniva di cocaina la piazza triestina con ambizioni da narcotrafficante in grande stile, è stato condannato a 14 anni e 6 mesi di carcere”. Tra le accuse, l’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti.
“La mattina del 29 gennaio 2018, l’imputata non è stata trovata in casa al controllo delle 9, mentre ha risposto a quello delle 10. Allora noi, visto che i domiciliari erano stati disposti nell’ambito di un’indagine della Dda di Trieste, chiedemmo l’aggravamento della misura con la custodia cautelare in carcere, che però non fu concessa dal gip del tribunale di Viterbo”, ha spiegato al giudice Massini l’ex comandante della locale stazione, Francesco Longobardi.
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