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L'irriverente -

Gaudeamus igitur, malgrado i bollettini di morte…

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini


Viterbo – E’ un po’ come tornare indietro, quando al mattino non si poteva far a meno del colpo d’occhio alle ultime “carte da morto”, le affissioni degli avvisi funebri. Succede ora leggendo ogni giorno su Tusciaweb il bollettino della Asl che “notifica con estremo rammarico il decesso di un/una cittadino/a” per Covid. Rammarico. Scarno, obbligato, frettoloso, inevitabile “mi dispiace” per il  “cittadino”. Non la “persona”, quasi che l’iscrizione all’anagrafe sia più costitutiva dell’essere umano della sua nascita.

Era diversa la partecipazione emotiva suscitata dalle scritte grassetto-nere dei manifestini rettangoli di carta listati a lutto. Si leggeva il nome del dipartito e ne scorreva in un lampo la vita insieme al giudizio benevolo “mica era cattivo…”. A volte, però,  l’attacchino comunale bofonchiava “e mmanco bbono!”.

Così andavano le cose quando la natura faceva il suo corso regolare e gli uomini si conoscevano, apprezzavano e disprezzavano tra loro.

Poteva anche succedere (lo racconta lo storico Flaviano Fabbri nel suo ultimo libro “Ronciglione nel bene e nel male”) che qualcuno incaricasse un ragazzo di controllargli se il nome dell’ultimo defunto fosse quello di un compaesano a lui poco simpatico. Ogni giorno la stessa incombenza, salvo quando il delegato non fu fermato dal delegante che aveva visto spuntare, vivo, all’angolo della piazza il suo personale candidato a diventare de cujus.

Sentimenti buoni e meno buoni, ma forti, molto più di un grigio rammarico.

Resta però il fatto che, pur se l’immortalità non è di questa terra, da un anno i numeri dei decessi sono imbizzarriti sotto l’imprevista frusta del Covid. Oltre quattrocento da noi, quasi centoventimila in Italia, più di tre milioni nel mondo. Numeri che intristiscono anche i burocrati rammaricati. Dappertutto. Figuriamoci in quest’Italia, con rispetto parlando, da sempre ispirata ad una religione il cui dio è morto crocefisso dopo aver cancellato gli dei gaudenti di tanti secoli di Olimpo greco e romano. Oggi, poi, alle prese col centenario del suo massimo poeta, quel Dante Alighieri che sbatteva, acido, compagni e concittadini a scontare i peccati nel fuoco dell’inferno.

Bello, allora, “ritornar a normalità” ma, senza scordare, come canta Guccini, “che infine tutti avremo due metri di terreno ”e gli universitari di una volta: “Gaudeamus igitur”, godiamo perché comunque “dopo una allegra gioventù e una molesta vecchiaia, avremo solo terra”.

Pessimismo da Covid? No, se consideriamo ogni giorno come una vita intera. Lo scriveva il filosofo Seneca, già maestro di Nerone: “è condizione miserevole quella di chi, ad ogni avvenimento, si domanda come andrà a finire. La morte insegue e la vita fugge. Io non sfuggo la morte, ma voglio che non mi sfugga la vita”.

Linguaggio semplice come la verità. Da non complicare, Covid o non Covid.

Renzo Trappolini


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14 aprile, 2021

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