Viterbo – Ingombrante ma agile, amicone, generoso, dal nome impegnativo e una voce squillante. Annibale Salcini è ricordato a Viterbo per il suo mega-comizio nel maggio 1956 a piazza Fontana Grande, alla vigilia delle elezioni comunali tenutesi un mese dopo, di fronte ad una folla oceanica in cui promise di tappare le buche delle strade per evitare che le donne potessero inciampare col tacco.
Viterbo – Come eravamo anni ’60 – Giulio Andreotti e Annibale Salcini
Parlò da un loggetta sovrastante l’attuale tabaccheria all’inizio di via Saffi, accanto alla chiesa di San Giacomo. La Democrazia Cristiana, sua lista di riferimento, conquistò in quella tornata elettorale 11.490 voti.
Lui da solo ne portò a casa circa 1.500. Si è sempre vantato del suo nome imponente, sinonimo di condottiero cartaginese nemico storico di Roma. Ma amico di Andreotti suo venerabile mentore, che peraltro tenne sempre caro Annibale, non solo per il tesoretto di voti, ma soprattutto per simpatia e amicizia personale. Quando veniva a Viterbo, il “Divo Giulio” l’andava a trovare addirittura a casa (in quei tempi a San Sisto) sedendo anche a tavola insieme a lui e ai familiari: fettuccine di casa, timballo e pollo arrosto con patate. L’onorevole fu anche testimone di nozze del figlio Franco.
Annibale nacque a Viterbo in una delle vecchie case anteguerra presso via dei Magliatori il 13 agosto del 1911 sotto il segno zodiacale del leone. E lui sarà un leone per tutta la vita, lottando e vincendo. Da ragazzo aiutava il padre nel negozio di merce varia (come si diceva allora) in via della Cava. Alla fine degli anni Trenta, conduceva ad Addis Abeba, dove si diplomò in ragioneria, uno spaccio di cartoleria.
Ritornò a Viterbo nel 1943 e subito fu alla prese, insieme al fratello Alfredo, con un ingrosso di frutta e verdura vicino Santa Maria Nuova che riforniva il mercato di piazza del Gesù. In quell’anno portò all’altare di San Faustino Maria Bracci, originaria di Vignanello, che diverrà compagna di lavoro nel magazzino di abbigliamento in via dei Mille, successivamente acquisito. Avranno due figli, Francesco e Francesca.
A bordo di un camioncino Balilla batteva ogni mattina i mercati della provincia col suo carico di merce (pantaloni, maglie, camicie, cappelli, giacche, tute …). Era atteso e gradito per il suo modo di fare, giocondo e ironico. D’estate, nei giorni festivi, faceva gli straordinari al lido di Tarquinia per vendere cappelli di ogni forma e misura nel piazzale accanto al Tamurè. Poi dalla metà degli anni Sessanta si stabili nel negozio di via Cavour, accanto all’imbocco di via Romanelli, dove fino a qualche anno fa c’era una postazione di cabine telefoniche. Aveva il piglio del commerciante.
Agli inizi degli anni Sessanta andò negli Stati Uniti dove acquistò i primi Levi’s, i rivoluzionari pantaloni jeans che cambiarono le abitudini soprattutto dei giovani. Si racconta che Pippo Baudo e Ugo Tognazzi venissero appositamente a Viterbo da lui per acquistarli. Erano tanto disdicevoli che in alcune scuole venivano addirittura proibiti. Nel1978, anno dei mondiali di calcio vinti dall’Argentina di Maradona, allestì la vetrina di via Cavour con tute da lavoro bianche, rosse e verdi. I meno giovani lo ricordano seduto a cavalcioni sulla sedia davanti all’ingresso del locale. Per chi passava da lì aveva sempre una battuta pronta e un sorriso.
Tarquinia gli rimarrà nel cuore per i ricordi giovanili di spiagge assolate e solitarie alle Saline dove il padre aveva una baracca vicino alla colonia della Provincia. Al consiglio comunale, guidato dal 1956 dal sindaco Domenico Smargiassi, dove sedeva anche il suo caro amico Michele Lomonaco, si occupava del decoro della città, ancora alle prese con le macerie dei bombardamenti che venivano convogliate nella valle di Faul sui cui successivamente sorgerà il piazzale Martiri d’Ungheria.
Si prodigò in ogni modo per accelerare lo sgombro delle strade ed il loro rifacimento secondo schemi e materiali ante guerra. Ma non sempre ci riuscì. Invidie e gelosie politiche attecchivano anche allora. Il suo successo elettorale era legato infatti all’amore per la sua città che voleva bella e pulita.
La poderosa corporatura confermava una convinta e dichiarata vocazione per la buona tavola onorata da frequenti bisbocce con amici e parenti non solo nelle trattorie di Viterbo, ma anche nei casali di campagna dei dintorni, magari al termine di una battuta alle quaglie, data la sua passione per la caccia. Memorabili le cene durante la campagna elettorale, ma pure quelle di beneficenza da lui sostenute anche come ex alunno dei Fratelli Maristi nel cui collegio frequentò le Medie. Per la posizione del negozio in via Cavour, visse in presa diretta lo storico stop della Macchina di Santa Rosa (Volo d’Angeli) di Giuseppe Zucchi nel 1967. Ad ogni facchino di quel trasporto sfortunato come premio di consolazione regalò un libretto della Cassa di Risparmio con mille lire. Non solo.
Nel 1968 fece stampare un manifesto (oggi un cimelio) con parole di proprio pugno che inneggiavano al trasporto riuscito, denigrando chi credeva ancora in un altro “fermo”. Tra gli amici del cuore si faceva largo il baritono viterbese Fausto Ricci con cui intonava acuti e romanze. Nel giorno della Befana era il primo a fare il giro delle piazze e degli incroci per lasciare, com’era usanza, doni, panettoni e spumanti alle “guardie comunali” .
Era un buon cristiano timorato di Dio, amico fedele di don Alceste, parroco di San Leonardo, che frequentava e sosteneva nelle sue attività oratoriali. Ma stava in ottimi rapporti con altri preti della Viterbo di allora avendo cambiato casa e parrocchia più volte, Gesù, San Faustino, San Sisto, Santa Maria Nuova ed Ellera. Negli ultimi tempi abitava in via Dalmazia. Morì a Villa Immacolata, allora diretta dal suo caro amico Fernando Signorelli, a 73 anni, il 6 Ottobre 1984. Affollato (e non poteva essere diversamente.) il funerale a Santa Rosa, di cui era devoto, celebrato dal suo parroco di allora don Angelo Valentini.
In quello storico comizio di piazza Fontana Grande, anticipò di qualche anno l’accattivante invito di papa Giovanni XXIII. “Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa”. Annibale, molto più prosaicamente disse “Se volete bene ai vostri bambini, votate e fare votare Annibale Salcini”. Il discorso glielo preparò Michele Lomonaco, ma la frase dei bambini era la sua.
Vincenzo Ceniti
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