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Roma - Il capomafia in un’intervista rilasciata cinque anni fa al documentarista francese Mosco Levi Boucault

Brusca: “Chiedo perdono a tutti, ho deciso di fare i conti con me stesso”

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Giovanni Brusca

Giovanni Brusca


Roma – “Ho riflettuto e ho deciso di rilasciare questa intervista: non so dove mi porta, cosa succederà, spero solo di essere capito. Ho deciso (di farlo, ndr) per fare i conti con me stesso, perché è arrivato il momento di metterci la faccia, anche se non posso per motivi di sicurezza, ma è nello spirito e nell’anima di farlo. Di poter chiedere scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime, a cui ho creato tanto dolore e tanto dispiacere”. Era il 10 gennaio del 2016 quando il pentito Giovanni Brusca incontrò nel carcere romano di Rebibbia il documentarista francese Mosco Levi Boucault. Ciò che ne uscì fuori fu una lunga intervista in cui il capomafia, scarcerato due giorni fa dopo 25 anni di galera, racconta Cosa nostra, il suo funzionamento, le stragi, le morti, fino alla cattura avvenuta il 20 maggio 1996; e poi la conversione alle leggi dello stato, a cui s’è affidato per avviare una nuova esistenza che l’ha portato ad essere nuovamente un uomo libero.

“Ho cercato di dare il mio contributo – spiegava Brusca nel corso dell’intervista – il più possibile, e dare un minimo di spiegazione ai tanti che cercano verità e giustizia. E chiedo scusa principalmente a mio figlio e a mia moglie, che per causa mia hanno sofferto e stanno pagando anche indirettamente quelle che sono state le mie scelte di vita: prima da mafioso, poi da collaboratore di giustizia, perché purtroppo nel nostro paese chi collabora con la giustizia viene sempre denigrato, viene sempre disprezzato, quando invece credo che sia una scelta di vita importantissima, morale, giudiziaria ma soprattutto umana. Perché consente di mettere fine a questo, Cosa nostra, che io chiamo una catena di morte, una fabbrica di morte, né più né meno. Un’agonia continua”.

Non era e non sarebbe stata la prima né l’ultima volta che Brusca chiedeva perdono alle vittime della mafia. L’uomo che si è autoaccusato di aver premuto il telecomando che fece esplodere il tritolo che provocò la strage di Capaci, già in altre occasioni, soprattutto durante i processi, dopo la sua collaborazione, che all’inizio fu controversa, aveva chiesto perdono ai familiari delle vittime e allo stato.


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3 giugno, 2021

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