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L'irriverente

Un mese all’italiana dal 2 giugno al 2 luglio

di Renzo Trappolini
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Viterbo – Il 2 giugno 1946 gli italiani, da tempo disabituati a farlo, andarono a votare. Dovevano scegliere se tenere al Quirinale un inquilino stabile, cioè il re, oppure ospitare nel palazzo che era stato dei papi uno di loro a turno, da chiamare presidente della repubblica.


Renzo Trappolini

Renzo Trappolini


Il giorno prima, il Corriere della Sera aveva ammonito a non considerare un salto nel buio né la monarchia, né la repubblica, perché “il buio, purtroppo, è in noi, nei nostri egoismi di classe o nelle nostre passioni di parte”. Quel che avvenne poi, gli darà ragione.

Ci vollero, infatti, otto giorni solo per conoscere i totali provvisori dei voti: 12.717.923 alla repubblica, 10.719.884 alla monarchia (da noi, rispettivamente 74.888 e 61.044) e la Cassazione, comunicandoli, rinviò la pronuncia di rito ad altra seduta perché non c’era accordo su come calcolare, ai fini della maggioranza, i voti nulli (un milione e mezzo), mancavano ancora i dati di alcune sezioni, c’erano poi 21.000 ricorsi da esaminare, 35.000 verbali da controllare e “scarsezza di personale”.

Situazione grave, avrebbe detto Flaiano, ma italianamente non seria, in una girandola di incontri, promesse ed attese, tra Quirinale e Viminale, il palazzo dove il consiglio dei ministri sedeva in permanenza.

Alcide De Gasperi, che presiedeva un governo con tutti dentro, andò a riferire al re Umberto II, il quale – pure lui irritato per la formula usata dalla Cassazione – ritenne utile qualche momento di riflessione, anche per evitare inconsulte reazioni dei suoi sostenitori.

Quasi tutti i ministri, invece, volevano che si considerasse ormai una realtà la vittoria repubblicana e De Gasperi dovette così tornare dal re, il quale sembrò disposto ad allontanarsi per un po’, delegando le sue funzioni al capo del governo. Un modo per prendere tempo ed evitare sommosse di piazza: a Napoli c’erano già stati quattro morti.

In quel clima incandescente, il ministro dell’Interno Romita aveva già avvertito il comandante dei carabinieri, Brunetta:” Caro Generale, se ammazzano me, lei va davanti al Consiglio di disciplina; se ammazzano De Gasperi, va davanti al tribunale militare; se ammazzano il re, propongo la sua fucilazione.

Stia attento che al Quirinale non commettano imprudenze”. Intanto, giravano voci di brogli e addirittura di un milione di voti (o più) che il repubblicano Romita “teneva nel cassetto”, così che qualcuno chiese “una esauriente verifica di tutto il materiale elettorale” da parte degli Alleati “liberatori” che non considerarono “decisiva” la pronuncia della Cassazione, la quale, peraltro, chiedeva ancora quattro o cinque giorni.

Troppi per la situazione e perciò il consiglio dei ministri, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, dopo che il re aveva confermato per iscritto di non accettare la vittoria della repubblica, decise di rompere gli indugi affidando i poteri di capo dello stato al presidente De Gasperi.

Umberto era a cena da un amico, il giornalista Luigi Barzini, che gli diede la notizia appresa in redazione e, il giorno dopo, pur dichiarandosi vittima di una violenza, alle 4,09 del pomeriggio, partì da Ciampino in autoesilio per Lisbona, rifiutando di stringere la mano ai due ministri del governo De Gasperi venuti a salutarlo. Era il 13 giugno, festa di sant’Antonio da Padova, chiamato così anche se nato in Portogallo, la nazione dove Umberto continuò a vivere a lungo, dopo poco più di un mese di regno. Il “re di maggio”.

Il successivo 28 giugno, nell’assemblea costituente – dove qualche voto lo prese pure la baronessa Ottavia Penna, dopo aver assicurato ”Se sarò eletta, richiamerò subito Umberto” – fu eletto capo della nuova repubblica l’avvocato napoletano Enrico De Nicola, il quale però al referendum era stato dalla parte del re e, quando nel 1922 Mussolini pronunciò la famosa minaccia di poter fare dell’aula parlamentare “sorda e grigia un bivacco di manipoli”, dalla presidenza dell’assemblea, anziché protestare, richiamò al silenzio l’onorevole socialista Modigliani che gridava: Viva il parlamento.

Ma ora – come racconta Enzo Biagi – svegliato alle 11 di sera dagli urli della gente accorsa ad acclamarlo sotto casa, don Enrico “compare e applaude alla Repubblica”. Italianamente, si direbbe.

Il 2 luglio, un mese dopo il referendum, arriva a Roma “su un’auto polverosa e senza scorta”. Non si stabilisce al Quirinale ma a Palazzo Giustiniani, accanto al Senato e, considerando troppo caro il ristorante da cui gli fanno arrivare i pasti, “dispone che ci si rivolga a una trattoria più modesta”.

Quando morirà si accorgeranno che” il cappotto nero che portava sempre era stato rivoltato”. Anche questo italianamente. Ma di quell’Italia là.

Renzo Trappolini


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3 giugno, 2021

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