Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore,
non mi sognerei di intervenire su un argomento – amministrare Viterbo – che tu hai ampiamente delibato, se non fosse che, prima dell’ultima tornata elettorale, offrii delle proposte ai candidati sindaci assieme agli amici Umberto Laurenti e Carlo Scipio. Lo feci – e lo facemmo – non perché portatori di chissà quale Verbo, ma perché le storie personali ci inducevano a credere che avessimo qualcosa da offrire. Con l’unico compenso di vedere la Città crescere e rappresentarsi degnamente su uno scenario – economico, turistico, culturale – che ormai è globale.
Francesco Mattioli
Condivido con te le esperienze delle lezioni di Somenzi; ma ci aggiungo quelle di Tulio Tentori, Ida Magli, di Luciano Gallino, soprattutto del mio maestro e amico Franco Ferrarotti e – anche se non più da studente – quelle di Zygmund Bauman, di Anthony Giddens e – cosa che ti farà piacere – di un certo Walter Cronkite.
Condivido un altro tuo atteggiamento: la stima per Giovanni Arena. Sarà che in questa piccola città ci si conosce in molti, magari da decenni, ma ritengo Giovanni persona attenta, educata e competente; solo che vive a Viterbo, come tutti noi, e finisce per condividerne, come tutti noi, i lati oscuri, quelli di una città di provincia che culturalmente stenta a fare il “salto di qualità” e che sovente è terra di conquista di avventurieri che si presentano sotto le mura cittadine a reclamare le risorse della Città, come il nobile romano che pretendeva di avere Galiana.
Un vecchio imprenditore viterbese, quando combattevo con Italia Nostra alla fine degli anni sessanta il degrado ambientale, culturale ed economico della Città, ci disse una cosa vera: i viterbesi continuano ad essere nella testa dei contadini, pochi rischi, fieno in cascina e sicuro tran tran quotidiano fra una stagione di semina e una dei raccolti, sempre gli stessi. Chi non rischia non cresce; ma chi è pronto a rischiare la poltrona e le prebende che comporta? Prebende anche soltanto ideologiche, beninteso: nel senso che se governo io non governa quell’opposizione con le sue becere idee…
Al governo della città si succedono amministratori di diverso colore politico e anche amici personali diversi. Se li ascolti, sono tutti pronti a fare qualcosa per la città e tu capisci che hanno buone intenzioni, perché moltissimi di loro sono gente per bene, quella da cui compreresti l’auto usata e a cui affideresti il nipotino per l’intero pomeriggio.
Di destra, di centro, di sinistra; anche perché, diciamolo chiaramente, nell’amministrare una città l’ideologia vale fino a un certo punto. Contano più le idee da accarezzare, i sogni da realizzare, le utopie creatrici, la voglia di fare. Qualunquismo il mio? Se qualcuno azzarda questa valutazione, poi la deve spiegare; e bene, non tra una parola d’ordine e l’altra, perché sovente chi parla di qualunquismo è poi quello che pratica la demagogia, o un certo politicamente corretto stantio e massimalista.
Ma la città che cosa vuole esattamente? Posto che le disponibilità finanziarie siano un tot: a cosa dare la precedenza? Al sociale? All’economia? Alla sicurezza? All’efficienza amministrativa corrente? Alla cultura? Al turismo? All’igiene e ai rifiuti? Al traffico e ai trasporti? Alle buche? Al verde? Perché sia chiaro, posto che uno abbia un’idea meravigliosa di città, poi occorre definire delle priorità.
Ed è compito complicato: perché aiutare le famiglie indigenti non si vede, ma è eticamente necessario; traffico e trasporti talvolta implicano l’imposizione di misure impopolari; invece un giardino curato, un asfalto rifatto e una moltitudine di cestini si vedono subito e fanno da indicatori privilegiati dell’efficienza politico-amministrativa, portano voti trasversali.
Così, alla fine, visto che i nostri amministratori sono dei nostri concittadini, il discorso diventa diverso: noi come cittadini siamo pronti a occuparci della nostra città? Oltre a segnalare che manca un cestino o c’è erba alta lungo le vie, andiamo a votare? E se lo facciamo, votiamo la competenza? E se votiamo la competenza, condividiamo certe priorità? E oltre a segnalare, ci comportiamo sempre civilmente? Se troviamo il cestino dei rifiuti lo usiamo correttamente? Se il nostro cane fa i suoi bisogni, li raccogliamo? Se vediamo un comportamento incivile chiamiamo la forza pubblica, o ci giriamo dall’altra parte perché non vogliamo guai? Nei paesi di cultura anglosassone il neighborhood watching, il controllo di vicinato, viene considerato un atto di civismo; in Italia per lo più il malaffare di uno spione.
Insomma, non sarà che una comunità ha gli amministratori che si merita? E allora, da dove partire? Dalle idee, dalle volontà, dalle persone? Dai meccanismi interni ai partiti, dove non stai mai sereno perché le faide spesso sono più numerose delle solidarietà? Dove conta più l’esserci che il fare? Qualcuno invoca liste civiche di competenti. Poi i competenti hanno a che fare con gli ignoranti, che per definizione si sentono più competenti; con i burocrati che sulle procedure si sentono più competenti; con gli altri competenti gelosi di essere stati esclusi. E finiscono per rinunciare, di trarsi lontano “in gran dispitto”.
Personalmente mi è capitato, in questi ultimi vent’anni, di essere stato invitato a dare una mano (dall’esterno, ché da amministratore ho già dato). Se si faceva qualcosa, poi restava tutto lì, senza continuità; se si pensava di fare una cosa, spesso si andava a mettere di traverso con alcuni interessi di partito o di persone di partito (vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare).
Parafrasando la famosa frase del film “L’ultima minaccia”: “È la politica, bellezza! La politica! E tu non ci puoi far niente! Niente!”.
Ma non ho perso la speranza di essere governato da amministratori in grado di fare bene. Vorrei solo che fossero “tutti d’un sentimento”, per la Città, prima che per gli interessi personali o di partito. Come i facchini, che fuori della Macchina litigano spesso di brutto, ma sotto hanno tutti lo stesso passo, lo stesso sguardo trasognato, lo stesso respiro.
Ma vorrei anche cittadini migliori. Che questa città la rispettino, che la difendano, la abbelliscano, che si rimbocchino le maniche, che vogliano rischiare. Troppo facile, talvolta, gettare il sasso e ritirare la mano; troppo facile aspettare le regalìe dei potenti; troppo facile, talvolta, far finta di cambiare affinché nulla cambi. Troppo facile buttare cartacce perché il cestino c’è, ma è venti metri più in là.
Francesco Mattioli
– Nessuno tocchi Arena! Il sindaco lo difendiamo noi, visto che nessuno lo difende… di Carlo Galeotti
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